Sabato, Giugno 23, 2018
   
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Pianeta Oggi TV - Online All News

 

L'ATTACCO DI SALVINI: "PROTEZIONE A SALVIANO? VEDREMO SE HA BISOGNO

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS DI PALERMO)

L’autore di ‘Gomorra' risponde: “È il ministro della malavita”
di Francesca Mondin

La carica di ministro dell'Interno non sembra aver conferito a Matteo Salvini maggior raziocinio nell'uso delle parole, anzi la sue esternazioni sono rimbalzate su giornali e televisioni a più non posso da quando è al governo. Ieri però il ministro dell'Interno, facendo un baffo alla riservatezza su argomenti delicati come la tutela di chi è sotto minacciato dalle mafie, si è scagliato contro il giornalista e scrittore Roberto Saviano sollevando un botta e risposta dai toni aspri. La miccia è partita ieri mattina quando il leader della Lega ad Agorà su Rai3 ha risposto in merito ad una sua dichiarazione di un anno fa (“se andiamo al governo a Saviano gli leviamo l’inutile scorta”). “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio - ha detto Salvini - anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero…”. Aggiungendo poi cheRoberto Saviano è l’ultimo dei miei problemi: gli mando un bacione se ci sta guardando. È una persona che mi provoca tanta tenerezza e tanto affetto, ma è giusto valutare come gli italiani spendono i loro soldi”. Dichiarazioni che, anche non contenendo un esplicito attacco, rappresentano un sostanziale isolamento da parte del ministero dell'Interno nei confronti di un giornalista minacciato di morte dalle mafie che vive sotto scorta dal 2006.
In seguito Salvini ha precisato che: “Non sono io a decidere sulle scorte, ci sono organismi preposti” per annunciare poi una verifica ad ampio raggio: “Verificheremo tutti i servizi di vigilanza, sono quasi 600 e occupano 2.000 uomini delle forze dell’ordine”.
Non si è fatta attendere la risposta dell'autore di 'Gomorra' che, nel video pubblicato su Facebook, non ha fatto sconti al leader della Lega (mai entrato nelle sue simpatie, si sa): “E secondo te, Salvini, io sono felice di vivere così da 11 anni, minacciato dalla camorra e dai narcos messicani? Buffone”. Poi Saviano è passato al contro attacco definendo Salvini “il ministro della malavita. È stato eletto in Calabria e in un suo comizio a Rosarno in prima fila c’erano uomini della cosca Pesce. Lui, da codardo, non ha detto niente contro la ’ndrangheta”. In merito all'importanza di informare i cittadini sui "soldi degli italiani", il giornalista ricorda: “Salvini restituisca i soldi della maxi-truffa della Lega ai danni della Repubblica italiana e poi parli del denaro che gli italiani devono sapere come viene speso”.saviano grasso c imagoeconomica

Già nei giorni scorsi Saviano aveva definito il leader della Lega “il ministro della crudeltà" per la complessa vicenda della nave Aquarius, ieri ha rinnovato l'invito a togliere "al ministro della malavita, la possibilità di continuare ad armare odio e disprezzo”.
La critica alle dichiarazioni di Salvini è arrivata dal suo predecessore Marco Minniti che ha detto: “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv”. “Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, ha rincarato Pietro Grasso. Mentre Graziano Delrio ha proposto “tolga a me la scorta e la lasci a Saviano”. Il pentastellato presidente della Camera Roberto Fico, senza fare nomi, ha ricordato la serietà con cui bisogna parlare di mafia: "L'Italia è il Paese che ha nel suo ventre tre fra le più grandi organizzazioni criminali internazionali: mafia, camorra, 'ndrangheta. Tutti i cittadini, gli imprenditori e gli intellettuali che hanno avuto il coraggio di opporsi alla criminalità organizzata devono essere protetti dallo Stato. Spero che al più presto questo male possa essere definitivamente sradicato, diventando così solo un brutto ricordo. In questo modo nessuno dovrà più essere scortato perché finalmente libero".
In difesa e sostegno del giornalista si sono schierati diversi colleghi anche dall'estero. Il presidente di Articolo21 Paolo Borrometi anche lui minacciato di recente di morte, ha scritto: “Le scorte non si chiedono e chi vive sotto scorta non è un privilegiato, ma un condannato”. "Chi ricopre cariche istituzionali - è invece l'avvertimento lanciato dai microfoni del Tg1 da parte del Pm Nino Di Matteo - dovrebbe conoscere bene la mentalità dei mafiosi in modo da evitare che certe dichiarazioni siano interpretate come un segnale di indebolimento".Foto © Imagoeconomica

 

'NDRANGHETA STRAGISTA, PALMIERI: "SERVIZI SEGRETI DIETRO A PROGETTO DI DESTABILIZZAZIONE DELLO STATO"

 

"Da quegli incontri Milazzo usciva molto turbato - ha aggiunto il pentito rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo - Mi diceva 'questi sono pazzi scatenati' e che quello che volevano fare avrebbe portato alla fine di Cosa nostra e che non avrebbe portato beneficio a nessuno. Milazzo non era favorevole ma rispondeva con un 'Ni' a quel progetto. Se avesse detto no sarebbe stato un gran rifiuto e ci avrebbero ammazzato".
Non è la prima volta che l'ex autista del capomafia di Alcamo parla di queste cose. In merito è stato riascoltato di recente anche dai pm di Caltanissetta che indagano sui mandanti esterni delle stragi che uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte.

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TOLTA LA SCORTA A INGROIA

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALL NEWS DI PALERMO)

 

ingroia antonio c imagoeconomica 0Continua l'azione del "governo del (non) cambiamento"
di Giorgio Bongiovanni - Video
Mentre il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto esulta per la mancata nomina del magistrato Nino Di Matteo al Dap (a suo tempo aveva definito "terrificanti" le voci su una tale eventualità) continuano le "gaffe" del ministro degli Interni, Matteo Salvini, e del "governo del (non) cambiamento". Il leader leghista ieri ha dimostrato ancora una volta tutta la propria ignoranza, al di là dei proclami, in materia di lotta alla mafia attaccando Roberto Saviano che si è permesso di criticarlo sull'operato (assolutamente discutibile) che il Governo ha messo in atto sui migranti. "Io dico che l’Italia ha il record europeo di servizi di scorta e vigilanza, non dipendono da me le scelte su simpatia o antipatia - ha detto Salvini - Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”.
L'Italia, purtroppo, è il Paese che al suo interno ha le organizzazioni criminali più potenti del mondo (Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) e ancora oggi, sisto francesco paolo c imagoeconomicacosì come in passato, le mafie (ma anche i sistemi criminali) non vogliono che si parli di loro. La nostra storia è intrisa del sangue di giornalisti uccisi dalle mafie e ancora oggi minacce ed intimidazioni non mancano. L'autore di Gomorra, che ha raccontato la storia dei Casalesi, da oltre undici anni è sotto scorta ma, evidentemente, il ministro fa finta di non sapere che quando si entra nel mirino della mafia è come una sentenza "fine pena mai". Ma non è solo la vicenda Saviano a destare indignazione.
È grave la mancata azione del ministro, e di conseguenza del governo, rispetto alla scorta che è stata tolta all'ex pm, oggi avvocato, Antonio Ingroia. A dare la notizia è stato ieri il sostituto procuratore antimafia, Nino Di Matteo, intervenuto in un convegno a Milano. "La mafia e i potenti che colludono con la mafia non dimenticano - ha denunciato - Eppure lo Stato ha deciso di togliere la scorta ad Antonio Ingroia. Ci sono personaggi della politica che restano sotto scorta e alcuni da anni non hanno più alcun ruolo pubblico. Ingroia invece è lasciato senza protezione”. Ugualmente anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Del Bene ed il sociologo Nando dalla Chiesa hanno evidenziato la gravità della situazione. Ad Ingroia la scorta è stata tolta appena 15 giorni dopo la sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia. Un processo inizialmente da lui istruito e poi condotto fino alla sentenza di primo grado dai pm Di Matteo, Del Bene, Teresi e Tartaglia. Un processo che ha portato alla condanna di boss, rappresentanti delle istituzioni e politici: gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss di Cosa nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e dell'ex senatore e fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri.
dimatteo nino c imagoeconomicaMa erano già 27 anni che Ingroia era sotto scorta. È stato allievo di Paolo Borsellino, ha condotto inchieste e processi contro la mafia ma anche contro quei sistemi criminali che con essa fanno affari. Ha portato alla sbarra soggetti come l'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, e l'ex senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, ottenendo (assieme ai colleghi Alfredo Morvillo e Domenico Gozzo) le condanne poi divenute definitive per concorso esterno in associazione mafiosa.
La decisione di togliere la scorta ad Ingroia è stata presa quando al governo c'era Paolo Gentiloni e ministro degli Interni era Minniti. Cosa c'era da aspettarsi rispetto ad un governo nefasto come quello del Pd, poi bocciato alle urne? Ma è il tempo presente che ora conta. Ed è assurdo che il governo attuale abbia confermato quella decisione e non muova un dito per il ripristino della scorta. Non possono esserci ideologie di fronte alle sentenze di "condanna a morte" che le mafie hanno emesso.
Questo era il "governo del cambiamento" e se "cambiamento" c'è la sensazione è che si stia andando verso il peggio. Già ieri abbiamo pubblicato la notizia della relazione degli agenti del GOM in cui si dice che dei boss ergastolani mafiosi, dal carcere, hanno espresso il proprio "no" all'eventuale nomina come direttore del Dap del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo. Fatti alla mano il ministro alla Giustizia, Alfonso Bonafede, anziché dare un segnale forte, proponendo al Csm il nome di Di Matteo per l'incarico, ha preferito orientare la propria scelta verso altre figure. Nessuna risposta è arrivata (per ora) dal Guardasigilli, rispetto a quella relazione se ne era venuto a conoscenza o se questa, in qualche maniera, ha condizionato la sua scelta. Ed anche sulla vicenda di Roberto Saviano il ministro della Giustizia ha preferito "lavarsi le mani" come Pilato (“Non commento: le scorte sono competenza del Viminale”). Diversamente ha fatto il Presidente della Camera, Roberto Fico: “Chi ha avuto il coraggio di denunciare e opporsi alla criminalità organizzata deve essere protetto dallo Stato”.
Intervistato dal Tg1 anche Di Matteo ha commentato le parole di Salvini: "Su Saviano non conosco nello specifico la sua situazione di rischio quindi non mi permetto di entraresalvini matteo c imagoeconomica 2 nel merito però mi sarei aspettato che questioni così delicate fossero trattate soltanto ed esclusivamente davanti gli organismi competenti. Io credo che chi ricopre incarichi istituzionali dovrebbe conoscere bene la mentalità dei mafiosi per evitare che determinate dichiarazioni possano diventare nella mente dei mafiosi un segnale di delegittimazione e di isolamento di un bersaglio. Io vorrei che in italia si ricordasse un po' di più che soprattutto in terra di mafia molti scortati, assieme ai carabinieri i poliziotti che li proteggevano, sono saltati in aria e sono morti. Questo è un paese che non può perdere la memoria. Io penso e spero tanto che tutte le istituzioni e anche questo governo si rendano conto finalmente che la questione mafiosa, la lotta alla mafia, èe deve essere una delle questioni principali delle agende di qualsiasi governo, di qualsiasi colore esso sia". Ed è proprio questo il nocciolo. Allo stato attuale il nuovo Governo rischia di fare anche cose peggiori del precedente. Speriamo che arrivino nuove risposte.In foto dall'alto: l'ex pm Antonio Ingroia, il deputato di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto, il sostituto procuratore antimafia, Nino Di Matteo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini (© Imagoeconomica)

 

 

 

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NEL NOME DI LUCIANA ALPI: LA PROMESSA DI NON FERMARSI

di Stefania Limiti e Antonella Beccaria
L'ultimo saluto ad una madre coraggio che se ne è andata senza la verità
Gli amici più stretti, addolorati, i vertici della Federazione nazionale della stampa, dirigenti e giornalisti Rai - non la presidente Monica Maggioni (pare che dove c’è il Dg Orfeo non ci sia lei) - si sono ritrovati a Roma nella chiesa di Santa Chiara per l’ultimo saluto a Luciana Alpi, mamma di Ilaria, la giornalista uccisa in Somalia il 20 marzo 1994, insieme al suo operatore Miran Hrovatin.
Non c’era lo Stato, a quel funerale, come avrebbe dovuto. Perché Luciana, madre coraggiosa e testimone di una battaglia di verità, meritava il rispetto e il tributo dello Stato e invece se ne è andata perdendo la sua battaglia, stremata dalla fatica, come l'abbiamo persa tutti noi che teniamo al senso della democrazia.
Già, perché il suo impegno e quello di suo marito Giorgio, scomparso nel 2010, non è stato onorato dalla chiusura definitiva del caso. "Volevano darmi un colpevole", diceva Luciana a proposito del somalo Hashi Omar Hassan, accusato e poi dichiarato innocente dopo 17 anni di carcere, "ma io non volevo un colpevole, volevo la verità", spiegando così gli oltre vent’anni di indagini sballate, sufficienti a creare quella distanza minima per allontanare la possibilità di ricostruire i fatti in modo certo e inchiodare i veri responsabili.
Luciana Alpi, dell'innocenza di Hassan, era convinta da sempre tanto che, quando arrivò la condanna per il somalo poi confermata in Cassazione, al telefono ripeteva ai giornalisti una frase: "Povero figlio". Un’espressione curiosa, se si pensa che era rivolta a colui che era ritenuto l'assassino della sua figlia. Questa madre coraggio, come già accaduto a Carla Verbano, madre di Valerio, ucciso a Roma il 22 settembre 1980 senza che i suoi assassini abbiano mai avuto un nome, si è battuta come una leonessa fino all'ultimo. Ma tanti sono stati i colpi che ha dovuto incassare. L’ultimo era stato la richiesta di archiviazione della procura di Roma per le nuove indagini basate sulle intercettazioni giunte da Firenze nell'aprile scorso e dichiarate due mesi dopo sostanzialmente irrilevanti.
Conversazioni trasmesse a piazzale Clodio, ma che risalgono al 2012, nelle quali due cittadini somali residenti in Italia parlavano del caso Alpi e affermavano: "L'hanno uccisa gli italiani". Sei anni di ritardo per un caso che porta con sé i misteri dei traffici di armi e di rifiuti italiani, coperti dal grande calderone della cooperazione. Un caso che non va chiuso, dunque, ma che rischia oggi, con la dipartita di Luciana Alpi, di essere inabissato tra i buchi neri del nostro Paese.

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E' MORTA LUCIANA ALPI, LA MAMMA DI ILARIA

 

alpi luciano c imagoeconomicaDa 24 anni cercava la verità. Aveva 85 anni
di AMDuemila
E' morta a Roma Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, la giornalista del Tg3 uccisa il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, in Somalia, insieme al collega Miran Hrovatin.
A dare la notizia con un tweet è stato il vice direttore di Rai 1 Andrea Vianello: "È morta Luciana Alpi. Non hai mai smesso di lottare per la verità e la giustizia per Ilaria. Era una combattente piena di dolore ma anche di forza e di dignità". Aveva 85 anni e da alcuni giorni era ricoverata in ospedale. Da 24 anni cercava la verità sull'omicidio della figlia. Proprio in questi giorni il gip di Roma, Andrea Fanelli, si deve pronunciare sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura sull'inchiesta per i fatti di 24 anni fa.
Il pm di Roma Elisabetta Ceniccola aveva sostenuto che le nuove intercettazioni giunte dai pm di Firenze nelle scorse settimane erano sostanzialmente irrilevanti e non rappresentavano uno spunto solido per avviare nuovi accertamenti. In quelle conversazioni del 2012, due cittadini somali residenti in Italia, parlando del caso Alpi, affermavano: "L'hanno uccisa gli italiani". Si tratta di una intercettazione presente nelle carte di una inchiesta congiunta delle procure di Firenze e Catania che sette anni fa portò all'arresto di 55 persone, tutte somale, accusate di traffico di esseri umani.
In attesa della decisione del giudice resta la richiesta di giustizia espressa nelle ultime udienze: "Da troppo tempo siamo in attesa di una verità che non arriva. Mi sono illusa troppe volte. Andiamo avanti, anche se sono stanca". Nonostante questo aveva continuato ad impegnarsi affinché l'inchiesta sulla morte della figlia "non finisca in archivio".Foto © Imagoeconomica

 

 

DA PALERMO, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "AVANTI MAFIA! PERCHE' LE MAFIE HANNO VINTO"

ANTIMAFIA DUEMILA TV

www.antimafiaduemila.com

Lo scorso 27 maggio, presso l’Atrio “Paolo Borsellino” della Biblioteca Casa Professa è stato presentato, in anteprima nazionale, il libro “Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto” (edizioni ACFB-Corsiero Ed.) a firma di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista per ANTIMAFIADuemila. Una pubblicazione in questi giorni disponibile in tutte le librerie ed anche nelle edicole siciliane. ANTIMAFIADuemila TV, avvalendosi della collaborazione dell'agenzia di pubblicità e comunicazione Sydonia Production, specializzata nei settori delle produzioni video, ha voluto documentare l'evento. Un vero e proprio docufilm, con la regia di Luca Trovellesi Cesana che racconta l'evento a cui, oltre all'autore, hanno partecipato, l'attore e regista Pif, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che firma la prefazione del libro, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e gli attori Lunetta Savino e Carmelo Galati.

 

 

LE PAROLE CORAGGIO DI GIUSEPPE CONTE SULLA MAFIA

 

 

di Saverio Lodato
Sono parole al vento che mai diventeranno fatti? Può essere. Sono l’appendice verbale di una campagna elettorale permanente, visto che fra poco torneranno a votare sette milioni di italiani? Possibile, probabile.
Però, che belle parole. Ascoltiamole insieme: “Contrasteremo con ogni mezzo le mafie. Aggrediremo le loro finanze, le loro economie”. Che c’è di sbagliato in parole come queste? Sono musica per le orecchie di milioni di italiani.
E che bel coro da stadio, risuonato in oltre mezzo Senato: “Fuori la mafia dallo Stato”. Sembrava di sentire le dirette radio, a Cinisi, di Peppino Impastato, quarant’anni fa; tornava alla memoria l’avvertimento di Giovanni Falcone sulle “intelligenze raffinatissime” che si nascondevano, guidandola, dietro le spalle della mafia; o le tesi accusatorie di quei Pm che hanno portato avanti il processo sulla Trattativa Stato-Mafia.
Quando un premier, in questo caso Giuseppe Conte, a guida di un governo 5 Stelle e Lega, legge le sue dichiarazioni programmatiche, è innanzitutto con le parole che è chiamato a fare i conti. Per la scelta di queste parole viene giudicato, applaudito, ignorato o fischiato. E’ il discorso della corona, bellezza. E da che mondo è mondo, sempre “parole” sono.
Guardo i filmati di quel passaggio sulle mafie, e vedo impietriti, fra gli altri, Paolo Romani e Maurizio Gasparri, Renato Schifani e Anna Maria Bernini, ma i conti mi tornano. Mi tornano benissimo.
Poi le telecamere inquadrano Matteo Renzi e, al suo fianco, il fedele tesoriere del “suo” PD, Francesco Bonifazi: non applaudono

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SI INSEDIA IL GOVERNO CONTE. COSA NE SARA' DELLA LOTTA ALLA MAFIA?

di Giorgio Bongiovanni
Dopo numerose e rocambolesche vicissitudini tutte all’italiana, rinunce improvvise e repentini cambi di marcia, ecco che si è insediato il nuovo governo sotto il nome del (rispettabilissimo, fino a prova contraria) professor Giuseppe Conte. Un governo dove nuovi sono, in massima parte, anche i nomi dei ministri; e nuova, se non inedita, la coalizione dalla quale è scaturito. Ma, al cambiare delle alleanze e dei nomi di coloro che occupano le cariche istituzionali più forti, non cambiano e non devono, a nostro parere, cambiare, le priorità che il governo del momento deve affrontare in maniera seria, continuativa, programmata. La lotta alla mafia, sia chiaro, non ha "colore" politico, e come tale deve restare al centro dell'agenda di qualsiasi governo, anche del più "bizzarro", perché figlio di un movimento - M5s - e di un partito - Lega - quantomai ideologicamente distanti. Che, nonostante ciò, si ritrovano oggi a capo di un Paese ormai, dal punto di vista della penetrazione delle organizzazioni criminali, quasi alla deriva.
Proprio perché contrastare la mafia non è prerogativa di destra, di centro o di sinistra, non possiamo che attendere le prossime mosse di questa coalizione giallo-verde che - è nostra speranza - sul punto sia fautrice di una vera presa di posizione. Ricordando che, a scrivere la storia della lotta alla mafia nelle aule di un Palazzo di Giustizia - stiamo parlando dello storico pool antimafia di Palermo - sono stati proprio due magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (insieme a Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello) le cui idee politiche opposte non ostacolarono un'azione giudiziaria d'avanguardia contro Cosa nostra e le sue ramificazioni con soggetti ad essa esterni.

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PIANETA OGGI REPORTER - SPECIALE

PALERMO: RICORRENZA DELLE STRAGI DI MAFIA.

INTERVISTA ESCLUSIVA AL PM DI PALERMO ANTONINO DI MATTEO (PROCESSO STATO - MAFIA).

A SEGUIRE,

INTERVISTE A

LUNETTA SAVINO ATTRICE

SAVERIO LODATO GIORNALISTA SCRITTORE

ARMANDO CARTA SCORTA CIVICA

ADRIANA GNANI SCORTA CIVICA

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ED IL CIRCUITO RTV DTT INTERREGIONALE CON RADIO SAIUZ TV ONLINE DI TREVISO RST

 

REDAZIONE E CONDUZIONE

M. BONELLA DIRETTORE DI PIANETA OGGI TV

 

TUTTI GLI INTERVENTI DEI RELATORI NEL CONVEGNO

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS DI PALERMO.

 

Libro: Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto
Editore
: ACFB - Corsiero Editore
Pagine: 352
EAN: 9788898420865
Prezzo: € 15,00
Prenota il libro: ibs.it - amazon.it
Social: facebook.com/avantimafia

Da giugno in libreria

SINOSSI
2012-2018. Anni di fatti, inchieste, stravolgimenti politici, promesse, rivelazioni ed evoluzioni. Anni di mafia e di antimafia.
avanti mafia internaUn fenomeno quello della criminalità organizzata che, nonostante gli arresti continui, resiste da oltre centocinquant’anni di storia d’Italia. Un fenomeno che mostra sempre più quei sintomi, fino quasi a confondersi con quell’altra metastasi chiamata corruzione. Lo dicono gli addetti ai lavori e lo dimostrano i numeri. In questo spazio-tempo si inserisce l’occhio dell’osservatore esterno che si trova ad analizzare gli accadimenti.
La penna è quella di Saverio Lodato che di questi temi, con analisi spesso spietate, si è occupato a lungo nella propria carriera di giornalista e scrittore.
È così che nasce questa raccolta di articoli. È l’occasione per offrire un punto di vista ulteriore, magari “controcorrente” su argomenti sempre più spesso accantonati dal grande mainstream. Un modo per ribadire che ad oltre vent’anni dalle stragi che hanno insanguinato il Paese nei primi anni Novanta, c’è ancora molto da fare e che “antimafia” non è una parola morta. Perché, come spiega lo stesso Lodato “il bello non è scrivere per scrivere. Il bello è scrivere per scrivere ciò che si pensa”.

L'AUTORE
Saverio Lodato è tra le più autorevoli firme del giornalismo italiano in materia di mafia e di antimafia, ha iniziato a scrivere nel 1979 sul quotidiano “L’Ora”. Per trent’anni inviato de “l’Unità” a Palermo, oggi scrive sul sito www.antimafiaduemila.com.
È autore di articoli e saggi in cui affronta e sviluppa i temi e le connessioni della politica italiana, con particolare attenzione alla mafia. È autore di una cronaca del fenomeno mafioso, continuamente aggiornata; l’ultima edizione (Quarant’anni di mafia, Rizzoli) è stata pubblicata nel 2018. lodato saverio autore avanti mafiaTra le sue opere più note: I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato (con Antonino Caponnetto, 1992, Garzanti), Potenti. Sicilia, anni Novanta (1992, Garzanti), Vademecum per l’aspirante detenuto (1993, Garzanti), Dall’altare contro la mafia (1994, Rizzoli), C’era una volta la lotta alla mafia (con Attilio Bolzoni, 1998, Garzanti), Ho ucciso Giovanni Falcone (con Giovanni Brusca, 1999, Mondadori), La mafia ha vinto (con Tommaso Buscetta, 1999, Mondadori), La Linea della Palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri (con Andrea Camilleri, 2002, Rizzoli), Intoccabili (con Marco Travaglio, 2005, Rizzoli), Il ritorno del principe (con Roberto Scarpinato, 2008, Chiarelettere; 2012, Tea) Un inverno italiano (con Andrea Camilleri, 2009, Chiarelettere; 2011, Tea), Di testa nostra (con Andrea Camilleri, 2010, Chiarelettere).


GLI INTERVENTI DELL'ANTEPRIMA DEL LIBRO

Lodato: sentenza trattativa ''boiata pazzesca''? Se la sono dovuta rimangiare
lodato avanti mafia c paolo bassanidi AMDuemila

“La sentenza della corte d’assise” sulla trattativa Stato-mafia, ha detto Saverio Lodato alla presentazione del libro “Avanti Mafia!” scritto dal giornalista, scrittore ed editorialista di Antimafia Duemila, “ha messo nero su bianco quello che ormai sapevano e sappiamo tutti” e cioè “le complicità enormi dello Stato nella storia della mafia e viceversa. Forse che oggi con semplice sentenza crediamo di aver capito tutto? Ci mancherebbe, ma in un Paese in cui per cinquant’anni tutte le grandi stragi si sono concluse con decine e centinaia di processi che si concludevano con un nulla di fatto, finalmente abbiamo una sentenza che dice  che sì, dietro la mafia c’era lo Stato” mentre nel frattempo “c’era una parte pulita dello Stato che cadeva, e quella che rimaneva in piedi era la parte sporca che noi ci siamo tirati avanti fino ad oggi”.
“Sappiamo bene - ha proseguito Lodato - che questa è una sentenza di primo grado. Ma noi oggi questa sentenza di primo grado ce la godiamo” perché alla fine “non eravamo poi così visionari. E non erano visionari Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Nino Di Matteo che “si sono dovuti sentire dal fior fiore di studiosi e opinionisti che questo processo era una boiata pazzesca”. Certo, ha aggiunto Lodato, della sentenza “se ne è parlato solo due giorni” ma “in questi due giorni nessuno ha più adoperato le parole ‘boiata pazzesca’: se le sono dovute rimangiare”.
L’ultima lettura, a due voci, di Lunetta Savino e Carmelo Galati sulla sentenza trattativa Stato-mafia, ha concluso l’evento a Casa Professa: “Colpevoli. Colpevoli per essere scesi a patti con Cosa Nostra. Colpevoli per aver trattato in nome di uno Stato che mai avrebbe dovuto trattare. Colpevoli per aver creduto che la divisa che indossavano, gli alamari, le mostrine, gli alti gradi di comando che rappresentavano, li esentassero dal dovere istituzionale di non scendere a compromesso con chi stava riducendo l’Italia a un mattatoio. Colpevoli di avere fatto pervenire a Silvio Berlusconi e al suo governo le richieste avanzate dalla mafia per porre fine allo stragismo. Colpevoli, in altre parole, di intelligenza con il nemico. Le prove, dunque, c’erano. Le prove erano state raccolte e portate in dibattimento da un ristretto gruppo di PM che non si sono rivelati né visionari, né persecutori incattiviti: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. E non dimentichiamolo Antonio Ingroia, il quale, per aver creduto per primo da pubblico ministero in quello che sembrava un teorema impossibile, vide le pene dell’inferno. Le prove hanno retto al vaglio di un dibattimento durato oltre cinque anni”. Le considerazioni di Lodato sono datate 20 aprile, giorno in cui fu pronunciata la sentenza al processo trattativa.
“Si diceva, infine, che Lo Stato non avrebbe mai processato se stesso. - hanno continuato i due attori - Questo Stato - rappresentato dalla seconda corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto - non solo il processo lo ha celebrato. Ha avuto anche il coraggio, non da poco nell’Italia di oggi, di dire le parole più scomode che si potessero sentire sull’argomento: la verità su come andarono davvero le cose negli anni delle stragi; stragi in cui, ricordiamolo en passant, persero la vita, fra gli altri, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, per non parlare delle vittime civili di Roma, Firenze e Milano. Le pene sono ‘pesanti’. Ma questa non è una sentenza "pesante". È una sentenza ‘storica’, e non ci vuole molto a capire perché”.
Di Matteo: oggi c'è chi fa finta di onorare Falcone
dimatteo lodato c acfbdi AMDuemila
“Ho avuto l’onere e l’onore di occuparmi di molti delitti eccellenti: Pio La Torre, Chinnici, Saetta, Falcone e Borsellino. E, indirettamente, Cassarà, Montana, Mattarella, Reina”. Elencando i nomi delle vittime di mafia il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, alla presentazione del libro “Avanti Mafia!” a Casa Professa, ha spiegato come ci sia “una costante” nelle vite di chi è stato ucciso da Cosa nostra: “Quegli uomini dello Stato costituivano rispettivamente un’anomalia rispetto ad una situazione in cui l’altra parte dello Stato tollerava il fenomeno mafioso”.
“E’ utile ed esaltante ricordare Falcone come vero eroe civile - ha quindi proseguito il magistrato -
però dobbiamo ricordare che la sua è stata una storia di sconfitte, di isolamenti, di delegittimazioni. Ogni volta che Falcone faceva domanda al Csm come dirigente dell’ufficio istruzione o procuratore aggiunto - ha ricordato Di Matteo - veniva bocciato. Quando si candidò al Csm non venne eletto.

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