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Harry Wu a Montecitorio. Presentata legge contro commercio dei prodotti del lavoro forzato e libro del premio Nobel Liu Xiaobo

  

Il 2 Dicembre 2010, ore 11.30, nella sala stampa di Montecitorio è stata presentata una proposta di legge bipartisan che  vieta il commercio dei prodotti del lavoro forzato.

 

Ospite d’onore il dissidente cinese prof. Harry Wu. Dopo 19 anni di laogai, è riuscito ad espatriare e nel 1992 ha fondato a Washington la Laogai Research Foundation che si batte  per la tutela dei diritti umani in Cina.

 

 

L’ On. Pagano (PdL), primo firmatario della proposta di legge ha illustrato  la nuova normativa che servirà a combattere la triste realtà dei distretti di lavoro nero: solo a Prato  sono sfruttati oltre 30.000 lavoratori, con un fatturato di almeno 2 miliardi di euro di cui il 50% in nero. La legge prevede il divieto assoluto di produzione di merci con lavoro nero, sanzioni amministrative per singoli e imprese coinvolte, sequestro di beni, immobili e attrezzature, multe e detenzione. E’ inoltre sancito il divieto per le imprese italiane di avere rapporti di lavoro con aziende che producono in nero.

L’ On. Calgaro (gruppo misto – API)sottolinea un dato molto positivo: sarà anche allestito un albo a cui possono iscriversi volontariamente le imprese virtuose che lavorano nel nostro Paese  e che potranno così acquisire una sorta di “bollino blu” di trasparenza e legalità.

L’ On. Moffa (FLI) spiega come tale normativa non solo è volta alla tutela della concorrenza leale tra le imprese, ma soprattutto a quella dei diritti dei lavoratori e dei diritti inviolabili dell’uomo.  Le moltissime imprese che sfruttano lavoratori in nero, o che operano in condizioni di igiene e sicurezza estremamente precarie sono nella quasi totalità aziende cinesi e coinvolgono lavoratori cinesi.

 L’On. Cimadoro (IdV), come gli altri intervenuti ha sottolineato la vastità e la gravità della situazione del lavoro nero in tuta Italia e ha dichiarato che  bisogna avere il coraggio di assumere un atteggiamento fermo e deciso, anche a livello istituzionale, nei confronti della Cina. La questione dei diritti umani non può più passare in secondo piano.

Harry Wu  ha parlato dei lunghissimi anni trascorsi ai lavori forzati in miniera. Lavorava 12 ore al giorno e quotidianamente assisteva ad incidenti, torture e violenze che causavano feriti e spesso morti. Per diversi anni ha lavorato anche in laogai  fattorie che producevano frutta fresca che veniva esportata in Giappone. Chi non produceva la quota stabilita dalle guardie vedeva ridotta la già esigua razione di cibo giornaliera. Dopo il lavoro i prigionieri erano costretti a “sessioni di studio”, cioè sedute per il lavaggio del cervello in cui dovevano accusare sé o altri dei crimini commessi. Nota Wu che negli anni ’70 è stato condannato a 19 anni di campo di concentramento per aver criticato, tra amici, l’invasione sovietica dell’Ungheria. Oggi, a 50 anni di distanza la stessa cosa  è accaduta a Liu Xiaobo, che deve scontare 11 anni di laogai per aver espresso la sua opinione. Nel 2020 Xiaobo sarà rilasciato, ma Wu è convinto che il regime comunista in Cina terminerà prima. In questa sede è lieto di annunciare la pubblicazione di  “La forza della libertà”, scritto dallo stesso Xiaobo, che l’Editrice San Paolo pubblicherà in primavera.  Wu sottolinea che è necessario parlare di libertà, in Cina , e non semplicemente di democrazia: questo è un concetto troppo relativo che va dalla “democrazia socialista” alla “democrazia capitalista”. In Cina serve invece la libertà. Oggi non c’è libertà di pensiero, di espressione, di religione, né c’è libertà di procreazione, per la crudele politica del figlio unico.

Toni Brandi, Presidente della Laogai Research Foundation Italia, constata come l’Occidente continui a intrattenere lucrosi rapporti economici con la Cina: nell’ultimo rapporto appena pubblicato, la Fondazione Laogai denuncia ancora una volta che le merci a basso costo importate dalla Cina sono spesso prodotte nei laogai o in fabbriche lager. In particolare ci sono le prove che anche il pomodoro commercializzato da imprese italiane viene prodotto nei laogai cinesi. Brandi ha  annunciato inoltre che a metà gennaio 2011 sarà presentato un rapporto che la Fondazione ha stilato per la Coldiretti, proprio riguardo alla importazione di prodotti agroalimentari dalla Cina: questo non è solo un problema economico ma soprattutto morale e sociale.

 

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