Giovedì, Ottobre 17, 2019
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

POPOLI INDIGENI: 500 ANNI DI LOTTA, ADESSO BASTA!

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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 (Da Antimafia Duemila online)

di Marta Capaccioni - Foto
Intervista a Derlis Lopez, leader della comunità Takua'i

Loro, i popoli nativi, erano in armonia con il Sole, la Terra e la Luna. Ascoltavano il cinguet-tio degli uccelli e aspettavano il loro ritorno per la primavera. Sorridevano agli animali e li accarezzavano come bambini. Respiravano all’unisono con gli alberi e il vento. Tutto gioiva nel veder danzare le loro grandi piume colorate. Tutti s’inchinavano davanti alla loro saggezza.
Nessuno si era mai permesso di turbare la pace e la tranquillità che avevano trovato nelle loro case e nelle loro comunità. Ma poi arrivarono, arrivarono in quel fatidico 1492, cavalcando, con cappello e grandi stivali, agitando corde e puntando i fucili contro tutto ciò che appariva ai loro occhi nemico. Una pallottola contro una pietra. Le due Americhe si tinsero di rosso, si bagnarono di un sangue puro e la terra pianse per il dolore. Tribù per tribù, sterminarono e distrussero. Tenda per tenda, saccheggiarono e incendiarono. Piuma per piuma, violentarono e uccisero.
Sono ormai più di 500 anni che i popoli nativi americani combattono per i loro boschi, per le loro terre e per la loro vita. È una lotta che continua ancora oggi, contro il nuovo impero. Un impero che, nonostante abbia cambiato colore o bandiera, è rimasto spietato come nel passato.
Questo sta succedendo anche in Paraguay, dove le popolazioni indigene, insieme a centi-naia di contadini, vengono ogni giorno brutalmente espropriate dai loro territori. Non è ri-masto più nulla: non ci sono foreste, non c’è biodiversità, non ci sono più quegli unici paesaggi invidiati dal mondo intero. Rimangono solo distese di campi, campi di soia, di marijuana e di grano, campi intensivamente sfruttati dall’oligarchia potente che governa e dalle multinazionali statunitensi.
Il paese infatti, non appartiene al popolo paraguayo, ma al 2% dell’intera popolazione, che in poche parole, si riduce a qualche migliaio su 7 milioni di abitanti. Il popolo paraguayo è schiavo all’interno di una grande casa, di proprietà di qualcun altro.

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AMPIO SPAZIO PER OUR VOICE A RADIO NANDUTY DI ASUNCION

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di Jean Georges Almendras - Foto
Bellissima atmosfera ed un’accoglienza che ci ha lusingato e ci ha permesso di esprimere noi stessi liberamente e spontaneamente. Siamo stati ospiti nel programma "Tiempo libre" di Radio Ñanduti di Asuncion condotto da Santiago Montes, maestro di cerimonia che ha coordinato un incontro inedito traboccante di simpatia.
Per quasi 60 minuti i giovani di Our Voice ed i redattori di Antimafia Dos Mil si sono rivolti a un’audience particolare, guidati in modo egregio da un professionista della comunicazione.
Lui ha curato personalmente l'intervista rendendo l’incontro coinvolgente e partecipativo. Si è parlato di teatro, della storia di Our Voice, dei problemi del mondo, dell’assassinio del giornalista Pablo Medina, della democrazia in cui viviamo (che poi tanta democrazia non è), e dell'opera teatrale "Democrazia"? che Our Voice porterà in scena all'auditorium della Manzana de la Rivera, mercoledì prossimo 16 ottobre alle ore 19.
Sonia Tabita Bongiovanni, direttrice e fondatrice di Our Voice, ha approfondito con il temperamento e la convinzione dei suoi giovani anni l'anima del Movimento, dalle sue origini fino ai nostri giorni.
Matías Guffanti, coordinatore di Our Voice per il Sudamerica, ha parlato degli ideali del Movimento.
La figlia di Pablo Medina, Dyrsen, membro di Our Voice, ha ricordato e reso omaggiò a suo padre, facendo anche una profonda analisi del contesto criminale e politico attorno alla morte di suo padre. Un'analisi profonda, convincente e coerente.
Da parte nostra abbiamo messo in evidenza l'arte teatrale di Our Voice in sé, affrontando anche la realtà sociale e politica del Paraguay e della regione, sintetizzando in questo modo l’essenza della sceneggiatura preparata per mercoledì prossimo.
Molti altri interventi hanno arricchito la serata di “Tiempo libre”. Patricio, Marta e Stefano. Ognuno ha dato il proprio contributo, in italiano o spagnolo, sempre con sorrisi e buon umore. Era presente anche Jorge Figueredo, direttore di Antimafia Paraguay, che in questa occasione non è intervenuto. Mentre Stefano scattava le foto.

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ELEZIONI CSM, UNA FOLATA DI VENTO NUOVO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Giorgio Bongiovanni
Il pm di Palermo, Nino Di Matteo, è stato eletto come consigliere per il Consiglio superiore della magistratura. Ha ottenuto 1184 voti, secondo solo al procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Antonio D'Amato, che ha invece raccolto 1460 preferenze sui 6799 magistrati che hanno preso parte alle elezioni suppletive che si sono svolte domenica 6 e lunedì 7 ottobre. Un risultato importante per diversi punti di vista.
Questo giornale è stato sempre critico, esprimendoci anche con toni duri ed aspri, nei confronti dell'organo di autogoverno della magistratura. Nel corso della sua storia è lungo l'elenco degli errori, delle sviste, delle maliziose persecuzioni e dei tradimenti che il Csm ha compiuto nei confronti di coloro che hanno dato la vita per la magistratura ed in nome del popolo italiano. Su tutti, basta ricordare quanto avvenne con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oggi amati e ricordati come simboli, ma al tempo osteggiati e denigrati proprio per il loro operato.
Poi ci sono stati gli scandali sulle nomine, come quello scoperto dalla Procura di Perugia, che hanno macchiato enormemente l'intera struttura, e che hanno reso manifesto un modus operandi che, purtroppo, si ripeteva da tempo.
Per rompere lo schema era necessario un cambiamento profondo e queste nuove elezioni, che hanno seguito logiche diverse rispetto la spartizione tra correnti, dimostrano che ciò è possibile.
Va colto il dato che Nino Di Matteo era, e resta ancora oggi, tra quei candidati "indipendenti" che non fanno parte di alcuna delle "correnti" in cui è divisa la magistratura e che mai hanno partecipato all’associazionismo. E' una folata di vento nuova, positiva, quella che si respira nel momento in cui i magistrati scelgono come rappresentante qualcuno che non appartiene a quel mondo. Una scelta che viene fatta, dunque, per merito e che riconosce il lavoro svolto fin qui dallo stesso.
L'elezione di Di Matteo è dunque la vera novità, ed il segno che una grossa parte della magistratura vuole davvero una riforma del Csm che sappia andare oltre l'ideologia delle correnti e della politica.
Una riforma che potrà essere raggiunta se tutti i membri del Consiglio sapranno cogliere questi segnali.
Di Matteo e D'Amato si aggiungono a Davigo, Ardita ed altri membri già presenti all'interno del Csm, per mettere in atto una riforma dell'Organo, tanto attesa per quanto mai raggiunta.
Abbiamo seguito la campagna elettorale dei candidati ed ascoltato le relazioni che sono state presentate lo scorso 15 settembre ai membri dell'Anm. E in tutti i sedici candidati si è colta proprio la necessità di un rinnovamento all'interno del Consiglio superiore della magistratura.
E già allora Di Matteo espresse in maniera chiara come, a suo modo di vedere, al Csm sia "possibile dare una spallata al sistema invaso da un cancro".
In una lettera, inviata ai colleghi prima del voto, non ha solo approfondito il concetto ma ha espresso un'idea di grande valore etico-morale, dove a prevalere non è l'aspetto tecnico ma il piano umano-filosofico e sociale. Nella missiva si evince il desiderio del magistrato eventualmente eletto per far sì che sia messa in atto una riforma seria e concreta dall'interno del Consiglio superiore della magistratura, fermo restando l'impegno nella lotta contro la mafia che non può essere in alcun modo trascurata. Di seguito vi proponiamo la trascrizione integrale.

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UNA RAGNATELA DI POLITICI INDIZIATI NELL'ASSASSINIO DI PABLO MEDINA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Jean Georges Almendras* - Foto
Si chiamava Pablo Medina, il giornalista paraguaiano ucciso all'età di 53 anni, il 16 ottobre 2014, lungo un’isolata strada vicino alla località balneare di Villa Ygatimi nella zona di Curuguaty, nel dipartimento di Canindeyú, a circa 350 chilometri da Asuncion. I sicari del narcotraffico spararono raffiche di fucile e di pistola di grosso calibro falciando la vita di Pablo. Nell'attacco criminale morì anche la sua assistente, Antonia Almada, di 19 anni. La notizia scosse e indignò la famiglia del giornalismo paraguayano. Si sentì sgomenta, oltraggiata. D’altra parte, era il 19º giornalista caduto dall’istaurazione della democrazia, dopo 35 anni di dittatura militare.
Ma il giornalismo libero paraguaiano non è stato l'unico ad essere stato colpito con le armi in America Latina, sono caduti (e continuano a cadere sotto i proiettili assassini del crimine organizzato), anche molti giornalisti messicani e centro americani. Il crimine organizzato si è diffuso (e continua ad estendersi), pericolosamente, sulle società democratiche. Alcune delle quali non sono altro che illusioni di democrazie, perché in realtà sono democrazie che non fanno altro che contribuire e facilitare ai criminali, le strade necessarie per concretare i loro affari illeciti, trasformandole in democrazie che sono il vivaio di governanti che si corrompono, in alcuni casi con i narcos, per cedere il passo ai narco Stati.
Ed a proposito di tutto questo scenario per niente incoraggiante mi sento nell'obbligo di denunciare, come una sorta di omaggio al nostro collega Pablo Medina e come istintivo meccanismo di autodifesa, di una professione che è stata oltraggiata e divorata da elementi del potere economico e politico del Paraguay perché dietro il doppio crimine di Villa Igatimi c’è una brutale ragnatela del sistema politico paraguaiano. Una rete di intrighi tesa per catturare la sua vittima: un lavoratore della stampa ed una giovane assistente le cui rispettive famiglie hanno vissuto le perdite con stoicismo ammirabile. Tutto una ragnatela di intrighi mirato a liberarsi dal nemico. Il nemico che denunciava con i suoi articoli il capo narcos della zona di Ipehjú: niente meno che il sindaco eletto per il Partito Colorado, Vilmar "Neneco" Acosta. E la sua denuncia, costante e ricorrente negli ultimi anni, è stata la causa del suo decesso.
Dopo il duplice omicidio, sia in Paraguay che oltre confine, c’era la certezza quasi assoluta che dietro ci fossero alcuni membri del sistema politico paraguaiano.
Nel novembre del 2014, appena un mese dopo il fatto di sangue, quando giornalisti italiani, argentini, uruguaiani e paraguaiani che conoscevano Pablo Medina organizzarono un evento pubblico in omaggio al collega nella Plaza de la Democracia, era ormai di dominio pubblico il fatto che la narco politica era coinvolta nel doppio assassinio. Come avvenuto con i 18 giornalisti assassinati dall’inizio della vita democratica in Paraguay. Primo tra tutti il collega Santiago Leguizamón il cui omicidio è ancora senza colpevoli, come quello di tanti altri.
Sia la cittadinanza che il giornalismo paraguaiano hanno indicato come complici della morte di Pablo e di Antonia certi personaggi della ragnatela politica installata nel Parlamento nazionale del paese fratello e in diverse posizioni politiche dell'interno del territorio guaranì. La morte di Medina, che lavorava per il giornale ABC Color, e di Antonia, quel tragico 14 ottobre 2014, scoperchiò la punta di un iceberg chiamato corruzione ai massimi livelli.

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OUR VOICE VISITA LA CASA DEGLI ORRORI DELLA DITTATURA DI STROESSNER

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di Jean Georges Almendras - Foto
Orrore. Orrore degli orrori. Orrori di ieri, ma anche di oggi perché sono gli orrori delle dittature militari che non si dimenticano, rimangono impressi nella nostra memoria, sebbene ci sia chi vorrebbe - ostinatamente e in maniera machiavellica - cancellarli dalla nostra memoria (dalla memoria collettiva). Come se cancellandoli (con decreti, manipolazioni politiche o sotterfugi legali), tutti quegli indescrivibili orrori svanissero dall'anima dei popoli. Dei popoli latinoamericani vittime del saccheggio, del genocidio, con particolare accanimento. Accanimento che si è scagliato su uomini, donne, bambini e bambine.
Orrore degli orrori.
Insieme ai giovani di Our Voice abbiamo visitato il "Museo della Memoria, dittatura e diritti umani", un'iniziativa promossa dalla "Fundación Celestina Pérez di Almada", a seguito della scoperta dell'Archivio del Terrore, il 22 dicembre del 1992, come strategia di lotta contro l'impunità delle violazioni dei Diritti Umani commessi nella seconda metà del secolo scorso sotto il governo dittatoriale del Generale Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989.
Un vecchio casolare in Via Chile 1072, al centro della città di Asuncion, rappresentò durante la dittatura militare uno degli edifici scenario degli orrori. Siamo stati lì. Ci sono venuti i brividi, perché la vibrazione del dolore è ancora percepibile in ogni punto dell'edificio. Un edificio che dall'esterno non lascia intuire gli orrori inimmaginabili vissuti tra quelle mura.
Orrore degli orrori.
In quel vecchio casolare era in funzione la Dirección Nacional de Asuntos Técnicos (DNAT). Un vecchio casolare dove l'apparato repressore del Piano Condor mise in atto la più grande tortura ai danni di circa 8.000 esseri umani che sono passati per le sue viscere. Un vecchio casolare costruito da una rinomata famiglia di Asuncion negli anni ‘30. Successivamente fu affittato al Governo di Alfredo Stroessner che installò lì la sede della Dirección Nacional de Asuntos Técnicos, un sinistro organismo con un alone di morte e di tormento. Un sinistro organismo destinato all'eliminazione degli oppositori al regime dittatoriale e di tutti coloro che erano animati da ideali del marxismo leninismo. Così dispotico. Così criminale.
Orrore degli orrori.
Siamo entrati: i giovani che non hanno vissuto nella propria carne le dittature militari e noi più anziani che abbiamo vissuto quei tempi di terrore, nei nostri paesi di residenza. Lì, le nuove generazioni hanno scoperto l’orrore. Attraverso fotografie, riportanti le rispettive storie, di desaparecidos e torturati: esseri umani in preda a delle bestie. Alla mercé della repressione. I visitatori trovano davanti ai loro occhi le stesse pareti, alcune delle stesse celle di tortura e in una vetrina gli attrezzi utilizzati per i tormenti. È un Museo della Memoria che permette veramente di addentrarsi nel passato, per conoscere nel minimo dettaglio, tutte le cose che accaddero lì. Le cose che in quei giorni tutti sapevano e le cose che in quei giorni tutti ignoravano (o occultavano), perché la repressione operava nell'ambiguità: nel silenzio, nella menzogna, nei discorsi ufficiali adornati sempre da rose e colori. Quando in realtà non c’erano né rose né colori, c’erano morti, persecuzioni e soprusi fisici bestiali.
Un vecchio casolare al cui interno (e anche all’esterno) venivano spezzate vite e schiacciati idee e diritti. Un vecchio casolare, oggi sede di un Museo, che oggi schiaffeggia il presente, affinché la memoria sia un sentiero verso la giustizia e non un sentiero che conduce all’oblio. Quell’oblio, quel voltare pagina, che in tanti si augurano. Quei tanti in uniforme e in giacca e cravatta seduti nel sistema politico, nel governo e nei balconi del potere economico.
Orrore degli orrori.

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ELEZIONI CSM, D'AMATO E DI MATTEO ELETTI COME CONSIGLIERI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA)

 

di Aaron Pettinari
Sono Antonio D'Amato e Nino Di Matteo i due magistrati eletti al Consiglio superiore della magistratura alla tornata di elezioni suppletive indette dopo le dimissioni dei togati Antonio Lepre e Luigi Spina, a seguito dello scandalo che ha travolto il Csm per i fatti emersi dall'inchiesta di Perugia, anche nota come caso Palamara.
D'Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, ha avuto 1460 voti, mentre Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia ed in passato pm di punta del processo sulla trattativa Stato-Mafia, ne ha ottenuti 1184. Lo spoglio dei voti, che si è tenuto nel corso della mattinata, ha visto un lungo testa a testa tra Di Matteo e Francesco De Falco, sostituto procuratore di Napoli, giunto terzo con ben 950 voti.
A seguire, nella lista di sedici candidati che hanno concorso, sono seguiti Fabrizio Vanorio, sostituto procuratore a Napoli, 615 voti; Anna Canepa, sostituto alla Dna ed ex segretario di Magistratura democratica, che ha ottenuto 584 voti; Tiziana Siciliano procuratore aggiunto a Milano, 413 voti; Paola Cameran, sostituto procuratore generale a Venezia, 311 voti; Simona Maisto, sostituto a Roma, 163 voti; Gabriele Mazzotta aggiunto a Firenze, 151 voti; Alessandro Milita, aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, 146 voti; Grazia Errede, sostituto a Bari, 134 voti; Andrea Laurino, sostituto ad Ancona, 127 voti; Alessandro Crini, procuratore a Pisa, 105 voti; Francesco De Tommasi, sostituto a Milano, 79 voti; Anna Chiara Fasano, sostituto a Nocera Inferiore, 51 voti; Lorenzo Lerario, sostituto procuratore generale a Bari, 25 voti. Le schede bianche sono state 301, nessuna scheda nulla.
All’esito delle consultazioni elettorali, comunque, il Csm non è ancora al completo: nuove suppletive, per sostituire l’ultimo dei togati che si sono autosospesi dopo il caos nomine, Paolo Criscuoli, giudice di merito di Magistratura Indipendente, si terranno l′8 e il 9 dicembre. Entro la fine dell’anno sarà nominato anche il nuovo procuratore generale della Cassazione. Sarà il successore di Riccardo Fuzio, anche lui finito nello scandalo a seguito di un colloquio con Palamara intercettato nel corso dell'indagine. Solo a quel punto non ci saranno più sedie vacanti nella sala del plenum. Sull'elezione dei due togati è intervenuto il vice presidente del Csm David Ermini, oggi a Marsala per l'inaugurazione del nuovo Tribunale: "Bene la nomina dei due pubblici ministeri al Csm, da lunedì saremo già a lavoro in commissione. Domani penso che potranno già prendere possesso, appena rientro convocheremo la commissione verifica titoli e spero che già domani possano operare. Sicuramente da lunedì saranno in servizio. Nel fine settimana ricostituiremo le commissioni, come sapete si cambiano tutti gli anni, e abbiamo atteso la nomina dei due pubblici ministeri che da lunedì prenderanno parte ai lavori".

 

   

ERGASTOLO OSTATIVO, CASELLI: "RESTI 41 BIS, EVITIAMO CHE MAFIOSI RIPRENDANO ARMI"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di AMDuemila
Esentare i mafiosi ergastolani dal 41 bis "significherebbe mettere i peggiori mafiosi irriducibili in condizione di riprendere le armi, un rischio micidiale che occorre assolutamente evitare”. E’ così che si è espresso l’ex magistrato Gian Carlo Caselli in un intervento sul quotidiano il “Corriere della Sera”, riguardo la pronuncia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sull’"ergastolo ostativo”. Per l’ex capo della Procura di Palermo “sarebbe un colossale arretramento stabilire che il 41 bis non va applicato ai mafiosi ergastolani, che sono al 41 bis in quanto non pentiti e perciò ancora indissolubilmente legati (in perpetuo) alla 'casa madre’”. Secondo il presidente onorario di Libera “il problema si pone dopo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto, il 13 giugno, un ricorso contro l'ergastolo ostativo per i mafiosi al 41 bis - ha spiegato - quelli più pericolosi, che non hanno scelto di pentirsi, cioè di collaborare con lo Stato riparando almeno in parte i tremendi guasti causati”. Dunque, l’eventuale decisione favorevole della Cedu all’ergastolo ostativo "comporterebbe per un numero consistente di criminali 'irriducibili' un recupero di spazi di libertà - permessi, lavoro esterno, misure alternative - che consentirebbe loro, senza troppa fatica, di darsi alla macchia e tornare a delinquere”. In conclusione Caselli ha detto che non si tratta di “cattivismo”, ma "bensì di ‘riflessioni basate sulla realtà”, ricordando anche che il 41 bis è una norma "intrisa del sangue di Falcone e Borsellino" e "ha isolato i mafiosi detenuti privandoli del sostegno del gruppo e ha spinto gran parte di loro a pentirsi".

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QUEI BAMBINI MAI NATI FATTI A PEZZI PER IL MERCATO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Il Governo italiano intervenga
di Giorgio Bongiovanni - Margherita Furlan

In questo articolo a firma di Margherita Furlan, che di seguito potete leggere, è possibile trovare dati specifici e spaventosi sulla "nuova moda", in voga negli Stati Uniti, di concepire un figlio per abortire, esclusivamente per fini commerciali vendendo gli organi già formati. Un situazione gravissima che avrebbe proiezioni anche in Europa e, suppostamente, anche in Italia. Le nostre domande sono rivolte al Premier Giuseppe Conte e al ministro della Salute, Roberto Speranza. Sono loro al corrente di quanto sta accadendo con il beneplacito di industrie farmaceutiche mafiose, per non dire naziste, che manovrerebbero questa spaventosa azione criminale cinica e sadica? Sono stati presi provvedimenti nel nostro Paese per verificare che nei vari istituti siano totalmente rispettate le regole? Sono state avvisate le Competenti Procure distrettuali per dare il via ad indagini e verificate le notizie di reato presenti?
Aspettiamo risposta.

Quei bambini mai nati fatti a pezzi per il Mercato


di Margherita Furlan

Negli Stati Uniti l'ultima moda si chiama “kinky”, concepire un figlio per abortire. All’Associated Press un giovane uomo ha serenamente raccontato la sua esperienza di vita: “La mia ragazza ama essere messa incinta e le piace l’aborto. Non ha mestruazioni ed è sessualmente molto attiva. Negli ultimi dieci anni abbiamo abortito sette volte".

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CANNA DA ZUCCHERO E BIOCARBURANTE: IL NUOVO BUSINESS CHE SPAZZA VIA LE TRIBU' ETIOPI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

CANNA DA ZUCCHERO E BIOCARBURANTE: IL NUOVO BUSINESS CHE SPAZZA VIA LE TRIBÙ ETIOPI Etiopia: la generosa terra rossa dell’antica Sacra Alleanza oggi trasuda fatica, dolore, abbandono, pur mostrandosi in tutta la sua straripante bellezza primigenia. La valle dell’Omo, un’immensa distesa di 25mila chilometri quadrati che si espandono nel sud del Paese, è caratterizzata da una molteplicità di ecosistemi, culture e lingue. Gli abitanti, circa 700mila persone, appartengono ad almeno 16 distinti gruppi etnici, che hanno mantenuto fino a oggi uno stile di vita tradizionale. Il fiume Omo, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, è la principale risorsa per la popolazione locale. Il fiume, lì, ancora oggi, rappresenta la vita stessa. Per la finanza globale invece significa soldi. Così facoltose compagnie straniere lì oggi sviluppano colture intensive di canna da zucchero e di jatropha, palma, mais, utili per i nuovi biocarburanti che tanto vanno di moda in Europa. Per fare spazio al business, i Bodi, i Kwegu, i Suri e i Mursi sono stati sfrattati dalle loro case ancestrali e dalle loro terre e trasportati in campi di reinsediamento. Popoli che ora denunciano la fame, a causa dell’allontanamento dalle loro mandrie e del sistema d’irrigazione artificiale delle nuove piantagioni, che sta prosciugando il fiume. Là dove c’erano foreste naturali, pascoli estensivi, terreni fertili, zone d’insediamento umano, ora c’è la cosiddetta sedentarizzazione forzata. E questa non tiene in considerazione la storia, le abitudini, le tradizioni, i sentimenti dei popoli, che qui hanno da sempre vissuto. Almeno fino ad ora. A cura di Margherita Furlan Editing Francesca Mallozzi Una produzione Cometa Associazione Tratto da: https://revoluzione.unoeditori.com/gl...

   

AMAZZONIA. HRV DENUNCIA: "JAIR BOLSONARO INDIFFERENTE NELLA LOTTA ALLA MAFIA DELLE FORESTE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di AMDuemila
Dal suo insediamento gli incendi nella selva brasiliana sono aumentati del 91,9%

Gli incendi in Brasile che hanno devastato la selva amazzonica le scorse settimane hanno un grande e intoccabile responsabile: “la mafia delle foreste”. Una rete di criminali che, secondo l'ultimo rapporto stilato da Human Rights Watch (Hrw), intitolato "Le mafie della foresta tropicale”, ha "la capacità logistica di coordinare il taglio degli alberi, il trasporto e la vendita del legno su vasta scala. Nel contempo - si legge - assoldano uomini armati per intimidire, in alcuni casi uccidere, quanti cercano di difendere le foreste”. Tuttavia, se questi personaggi sono liberi di fare ciò che vogliono con “il polmone del mondo” gran parte del merito va al presidente del Brasile Jair Bolsonaro che dal suo insediamento al potere è rimasto quasi sempre a braccia conserte. Parlano i numeri. Dall'inizio della sua carica (gennaio 2019) ad oggi, gli incendi in Amazzonia sono aumentati precisamente del 91,9%, un dato spaventoso se si considera che già quando gli incendi erano quasi la metà, ad agosto 2018, ammontavano a 3336 in tutto il territorio dell'Amazzonia brasiliana. Inoltre, secondo altri dati diffusi da enti governativi, tra gennaio e agosto 2019, la deforestazione dell'Amazzonia brasiliana è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2018, da 3337 a 6404 km2, l'equivalente di 640 mila campi da calcio. “Fin quando il Brasile non adotterà misure urgenti contro la violenza che facilita il taglio illegale del legno - ha denunciato il direttore dei diritti umani e dell'ambiente di Hrw, Daniel Wilkinson - la distruzione della più grande foresta tropicale del mondo sarà sfrenata”.

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PROCESSO DEPISTAGGIO VIA D'AMELIO, BORSELLINO QUATER: "SOGGETTI ESTERNI POTREBBERO AVER AGITO NELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 (DA ANTIMAFIA DUEMILA)

di Aaron Pettinari
"Trattativa può aver accelerato morte del giudice". Nella requisitoria Pg Sava anticipa la richiesta di conferma delle condanne

Ventisette anni dopo le stragi del 1992, tanto sull'Attentatuni di Capaci quanto su quella di via d'Amelio, la verità non è ancora completa. Ci sono stati processi, sentenze e ancora oggi proseguono le inchieste per far luce su quelle zone d'ombra presenti in entrambi gli eccidi che hanno portato alla morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi a Caltanissetta è iniziata la requisitoria del Procuratore generale Lia Sava (presente assieme al sostituto Antonino Patti) al processo Borsellino quater. Un Processo importante che in primo grado ha sancito in via definitiva che Vincenzo Scarantino, il cui reato di calunnia è stato prescritto, è stato "indotto" a mentire. Nel corso della requisitoria iniziata questa mattina il Pg ha già fatto intendere che chiederà la conferma della sentenza della Corte d'Assise (ergastolo per i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino; 10 anni ciascuno per i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta e reato prescritto per Scarantino), ma ha anche evidenziato come "la ricerca della verità" non si è fermata e che vi sono elementi che possono portare all'individuazione di responsabilità esterne attorno alla strage.
"Secondo la procura generale - ha detto oggi la Sava - lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi". Secondo il magistrato "anche qualora si arrivasse ad individuare i soggetti esterni e allorquando sarà fatta luce sull'agenda rossa ciò non farà venir meno le responsabilità degli uomini di Cosa nostra che misero in atto lo scellerato progetto di Riina".
Facendo riferimento ad alcuni atti inerenti la strage di Capaci il Pg ha sottolineato che "sono oggetto di ulteriori approfondimenti". "Questo materiale - ha aggiunto la Sava - costituisce la dimostrazione che senza alcuna remora si sta cercando di battere ogni pista percorribile per far luce sui coni d'ombra". Per il Pg si tratta "di dichiarazioni di sicuro interesse e che consentono allo stato di formulare alcune considerazioni. Il materiale sopra richiamato non incide in alcun modo sulla sentenza della quale oggi vi chiediamo conferma. Deve evidenziarsi che la auspicabile, futura individuazione di responsabilità di soggetti esterni al sodalizio mafioso, che ben potrebbero aver agito prima della strage di via d'Amelio, concorrendo alla relativa esecuzione e determinandone l'accelerazione, e dopo la strage, a realizzare il colossale depistaggio evidenziato nella motivazione della sentenza impugnata, non possono, comunque, scalfire la validità ed efficacia delle argomentazioni logico-giuridiche utilizzate nella sentenza impugnata per ricostruire il profilo di responsabilità in relazione a ciascuno degli imputati di questo processo".L'accelerazione possibile nella Trattativa

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DALLA CHIESA, VIA CARINI UN OMICIDIO DI STATO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari -

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”. E' il 4 settembre 2013 quando la Dia, nel carcere Opera di Milano, registra le parole del Capo dei Capi, Salvatore Riina, mentre parla con il suo compagno d'ora d'aria, Alberto Lorusso. La sua è una descrizione macabra e violenta dell'attentato del 3 settembre 1982 quando, in via Carini a Palermo, vennero uccisi a colpi di kalashnikov, da un commando di Cosa Nostra, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Un omicidio di mafia, come accertato nelle sentenze che hanno condannato in via definitiva i killer (Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, insieme ai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci) e i mandanti interni a Cosa nostra (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci) ma che presentano anche quei contorni, tra pezzi mancanti e misteri, propri delle grandi stragi di Stato.
Dalla Chiesa, alto ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, fu prefetto a Palermo per appena 100 giorni. Al più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia, disse: "Non avrò riguardo per quella parte dell'elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori". Lo ha raccontato chiaramente il figlio, Nando dalla Chiesa, nel libro "Delitto Imperfetto". "Mio padre disse a noi dopo quel colloquio: 'Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che si dice sul conto dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia'". Parole che furono testimoniate anche nel processo. Nando dalla Chiesa accusava quantomeno di complicità morali gli appartenenti alla corrente andreottiana della Democrazia cristiana.
Del resto il prefetto dalla Chiesa aveva chiesto poteri speciali per combattere la mafia così come aveva combattuto il terrorismo. Gli furono promessi dal ministro Rognoni ma concretamente non gli furono mai dati.
Anche le altre figlie del generale dalla Chiesa, Rita e Simona, sono più volte intervenute negli anni per chiedere verità giustizia. Qualche anno fa Simona ha ricordato un fatto semplice: "La mafia in quel momento non aveva convenienza nell’uccidere mio padre. Non aveva ancora i poteri per mettere in atto quel che aveva in mente. E non poteva nemmeno compiere delle indagini specifiche proprio perché non è quello il compito del Prefetto. E la mafia sapeva anche che uccidendo lui, la moglie e l’agente Russo avrebbe portato anche ad una reazione dell’opinione pubblica. Dunque perché si doveva uccidere?”.
E' proprio questa una delle domande rimaste fin qui inevase. Del resto sono diversi i punti oscuri da chiarire come ad esempio la scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale. E' sempre Totò Riina ad aver confermato di recente: “Gli hanno portato via tutto”.
Chi ha voluto, dunque, la morte del Generale dalla Chiesa, vero padre della Patria?
Quel che appare evidente a 37 anni di distanza è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra così come, certamente, non furono uomini di Cosa nostra ad entrare nell'abitazione del Prefetto a Villa Pajno nel corso della notte fra il 3 e il 4 settembre 1982, per svuotare la cassaforte che lì era presente.

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VICTOR JARA AVREBBE CANTATO CON OUR VOICE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

"Il mondo gira e crea perché esiste l'amore" (Víctor Jara)
di Jean Georges Almendras
- "Io sono un lavoratore della musica, non sono un artista. Il paese ed il tempo diranno se sono artista. In questo momento sono un lavoratore, un lavoratore che ha la consapevolezza di far parte della classe lavoratrice che lotta per costruire una vita migliore".
Così si era espresso Víctor Jara appena un mese e dieci giorni prima di essere assassinato con 44 proiettili dalla dittatura di Pinochet nel settembre del 1973. Si esprimeva in questo modo perché era così che concepiva il suo talento di musicista, compositore e cantante, come lavoratore che lotta per una vita degna e per un mondo più giusto. Un lavoratore combattente, che proprio per questo suo modo di essere così diretto e puro nelle sue idee (sempre a favore della vita e dell'uguaglianza), pagò con la sua vita il confrontarsi tanto appassionatamente contro il potere e contro il sistema.
Víctor Jara che oggi, nonostante sia assente fisicamente, è ancora vivo tra noi.
Tra noi, i giovani di Our Voice ed i redattori di Antimafia Dos Mil, che abbiamo visitato la Fondazione che porta il suo nome, in un’abitazione in Via Almirante Riveros al 067, nel Comune di La Providencia.
Mentre prendevamo posto in un settore all’ingresso della struttura ci ha accolto Cristian Galaz, direttore esecutivo della Fondazione. Una Fondazione nata 26 anni fa.
"Io non lo l’ho conosciuto personalmente, ma lo vedevo cantare, lo vedevo nelle manifestazioni, perché Víctor Jara si era trasformato in un vero attivista dei diritti sociali, in un'epoca in cui il Cile viveva un periodo molto particolare. Gli eventi di quel tempo lo portarono in prima linea in un movimento culturale artistico che accompagnava quel processo sociale e politico. Lui si esibiva in grandi luoghi ma anche in posti molto piccoli. L'ultima esibizione la tenne, accogliendo l’invito di una piccola scuola, in località San Bernardo dove cantò per gli alunni. Era la vigilia del colpo di Stato. Egli era presente nel grande e nel piccolo. Per lui non c'erano differenze. E si vedeva. Per questo motivo la gente lo amava e lo ama fino al giorno d’oggi. Il popolo lo ama e lo porta nel suo cuore".
Víctor Jara, come molti alunni e professori dell'Università in cui si trovava, decise di rimanere sul posto ed accompagnare la resistenza, quell’11 settembre del 1973.
"Lui avrebbe potuto non rispondere all’appello che alcuni mesi addietro era stato fatto per difendere il presidente Allende, ma scelse di rispondere a quella chiamata, per andare incontro, alla fine, come tanti altri, alla tortura e alla morte. Victor era molto conosciuto e molto amato. Grazie a questo lui oggi non è un desaparecido in più. Cercarono di occultare il suo corpo ma la gente lo riconobbe nel luogo dove era stato abbandonato. Grazie a questo i suoi resti furono portati all'obitorio. Oggi il posto dove collocarono il suo cadavere è indicato come luogo di memoria accanto alla ferrovia, a fianco di un muro divisorio del Cimitero Metropolitano, nel comune di El Espejo. Lo lasciarono lì Victor, senza vita, ed un vicino lo trovò.

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USA FALL OUT

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 (In collaborazione con Antimafia Duemila)

di Giorgio Bongiovanni
Da giorni i media italiani si stanno occupando della morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate lo scorso 26 luglio, mentre svolgeva il proprio servizio. Una vicenda che, come ha dichiarato il Procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino, vede una narrazione ufficiale che non ha chiarito ancora tutti i dubbi e non sono poche le incongruenze che emergono sia prima che dopo la morte del militare.
Al centro del dibattito, però, non vi sono solo le modalità con cui Cerciello Rega ed il suo collega Andrea Varriale sono intervenuti presumibilmente per il semplice recupero di un borsello, ma a rendere ancor più tenebrosa e drammatica l'intera vicenda è la pubblicazione della foto choc dell’americano bendato e ammanettato, diffusa dapprima nelle chat interne all’Arma e poi giunte sui giornali di mezzo Pianeta.
Fonti investigative hanno spiegato che Christian Gabriel Natale Hjort, arrestato assieme al 19enne Finnegan Lee Elder (colui che ha ammesso di aver accoltellato e ucciso il vicebrigadiere dei carabinieri, ndr) avrebbe tenuto il foulard sugli occhi "per quattro, cinque minuti al massimo" prima di essere spostato in un'altra stanza.
Ma non è certo la durata con cui si è svolto un atto simile che diminuisce o giustifica un gesto sicuramente grave e deprecabile e che non rende onore ai valori che, diversamente, sono propri dell'Arma dei Carabinieri. Anche su questo l'autorità giudiziaria italiana sta effettuando tutti gli accertamenti e non abbiamo dubbi che si interverrà contro gli autori.
Immediatamente lo sdegno è arrivato anche oltreoceano, negli Stati Uniti. I più grandi media hanno pubblicato la foto accompagnata dai titoloni ad effetti come “Scioccante” (Cnn), “Intollerabile” (Washington Post), “Esposto come un trofeo” (Bloomberg), “Intollerabile, intollerabile, intollerabile” (Los Angeles Times).
C'è chi, come Alan Dershowitz, maestro del diritto penale “liberale” statunitense, è arrivato addirittura a chiedere l'"invalidazione dell’intero procedimento penale. Altri hanno ipotizzato la richiesta di estradizione da parte del governo Usa. Ipotesi non solo remote ma infondate alla luce delle prove acquisite, ma che vengono messe comunque sul piatto.
Certo è che leggendo il livore degli organi di informazione Usa per questa fotografia si rimane sorpresi.
Gli americani oggi gridano giustamente allo scandalo di fronte alla terribile foto ma nel passato più recente si sono sempre voltati dall'altra parte quando le pratiche di tortura venivano applicate nei confronti di soggetti arrestati negli Stati Uniti d'America. E ancora oggi, nel più classico dei "due pesi, due misure", gli Stati Uniti preferiscono ricordare il caso Amanda Knox, condannata e poi assolta assieme a Raffaele Sollecito per la morte di Meredith Kercher, anziché fare autocritica contro ogni forma di tortura nel mondo; torture perpetrate anche dal proprio stesso governo come testimoniano le prigioni a Guantanamo, o casi come quello di Abu Omar, presunto terrorista, catturato illegalmente in Italia dai servizi segreti americani e trasferito, anche con la nostra complicità, nelle galere egiziane perché potesse essere torturato.
E quando compiono tali "rimozioni" ricordano il peggior razzismo di Adolf Hitler. Come Hitler riteneva la razza ariana superiore alle altre così gli Stati Uniti d'America ritengono di poter agire come meglio credono, torturando ed uccidendo impunemente e violando qualsiasi regola del diritto internazionale.

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POOL STRAGI, DE RAHO: "MASSIMA DISPONIBILITA' A TROVARE UNA SOLUZIONE SU DI MATTEO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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Il sostituto procuratore: "Specificate le ragioni per cui ritengo ingiusto il provvedimento di estromissione"
di AMDuemila

 

"Massima disponibilità a trovare una soluzione, con la migliore composizione della vicenda per il conseguimento dei risultati a cui aspira l'ufficio". Con queste parole il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho si sarebbe espresso quest'oggi davanti alla Settima Commissione del Csm, presieduta dalla togata Loredana Miccichè, chiamata ad esprimersi sulla legittimità dell'atto con cui lo scorso maggio lo stesso Capo della Procura nazionale ha estromesso il sostituto procuratore Antonino Di Matteo dal pool che indaga sulle "stragi ed entità esterne nei delitti eccellenti di mafia", costituito i primi mesi del 2019.
Le audizioni di de Raho e Di Matteo, ascoltati separatamente, sono durate un'ora ciascuno.
Nello specifico la Commissione, che a quanto è dato sapere non presenterà le sue conclusioni prima della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, dovrà verificare, dal punto di vista tecnico, se il provvedimento con cui il capo della Dna ha tolto tali deleghe all'ex pm di Palermo sia in linea con le regole in materia di organizzazione - e dunque sia legittimo - oppure se vi sia stata qualche discrepanza con quanto previsto dalle norme. Anche se lo ritenesse fuori dalle regole, il Csm non ha il potere di annullarlo, ma potrebbe formulare dei rilievi di cui il procuratore nazionale non potrebbe non tenere conto.

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DECEDUTO FRANCESCO SAVERIO BORRELLI, IL CAPO DEL POOL MANI PULITE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(In collaborazione con la Testata Antimafia Duemila allnews)

di AMDuemila
"Resiste, resistere, resistere" erano le sue parole nella battaglia contro le leggi vergogna ai tempi di Berlusconi.

"Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave". Le parole di Francesco Saverio Borrelli nel suo celebre discorso da procuratore generale della Corte d'Appello, nel 2002, a difesa dell'indipendenza della magistratura tornano oggi nella mente degli italiani, per ricordare il magistrato, deceduto questa mattina presso l'Istituto dei Tumori di Milano, dove si trovava ricoverato.
Un magistrato integerrimo, padre del pool Mani Pulite, con una carriera vissuta praticamente nelle aule di giustizia del tribunale di Milano dove è stato pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.
Borrelli è morto all'età di 89 anni. Lascia la moglie Maria Laura, i figli Andrea e Federica e quattro nipoti. Figlio e nipote di magistrati e a sua volta con un figlio magistrato, Borrelli, trasferitosi a Firenze, ha studiato al conservatorio (la musica, insieme alla montagna, e' stata una delle sue passioni) e si è laureato in legge con una tesi su 'Sentimento e sentenza'. Relatore fu Piero Calamandrei.
Il suo primo processo importante per Borrelli fu quello sull’omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è profondamente legato alla stagione di Tangentopoli, creando il pool composto da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D’Ambrosio. Una squadra a cui si aggiunsero poi Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese.
Tra le dichiarazione celebri dell'ex magistrato c'è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suona come un messaggio ai partiti: "Chi sa di avere scheletri nell'armadio, vergogne del passato, apra l'armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi"

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PALERMO, CONFERENZA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

L'evento sarà trasmesso in diretta streaming!

20190717 paolo borsellino strage stato vertIn occasione del 27° anniversario della strage di via d’Amelio mercoledì 17 luglio, alle ore 20.30 si terrà, presso l’atrio della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, in via Maqueda 172, il convegno organizzato da ANTIMAFIADuemila e dall'Associazione Culturale Falcone e Borsellino, in collaborazione con Contrariamente e Rum, dal titolo “Paolo Borsellino: strage di Stato. Sulle orme dei mandanti esterni”. Numerosi sono ancora oggi gli interrogativi sull’attentato che il 19 luglio 1992 uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Per quale motivo venne ucciso il magistrato appena 57 giorni dopo la strage di Capaci? Chi, oltre Cosa nostra, voleva la morte di Borsellino? Chi sono i mandanti esterni di quell'efferato delitto? Perché scompare l'agenda rossa? Chi si cela dietro a quello che i giudici hanno descritto come “il più grande depistaggio della storia della Repubblica italiana”?
A che punto siamo nella ricerca della verità sulle stragi?
A cercare di rispondere a questi interrogativi su quanto avvenne in quel 1992, in qualità di relatori, interverranno il pubblico ministero al processo Andreotti, Guido Lo Forte; il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo; Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni. Alla conferenza, moderata dal caporedattore, Aaron Pettinari, saranno proiettati anche dei contributi video del Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, del magistrato e oggi consulente della Commissione, Roberto Tartaglia, dell'ex pm e oggi avvocato Antonio Ingroia e del sostituto procuratore generale di Messina, Felice Lima.

Nel corso della serata è previsto anche un intervento artistico del Movimento Giovanile Internazionale Our Voice

Per gli studenti di Giurisprudenza è previsto 1 CFU

INGRESSO LIBERO

L'evento facebook.com/events/1919136558188620

Per info: 091 6684590 / 0734 277448

 

   

QUASI CENTOMILA FIRME PER IL PM DI MATTEO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Saranno consegnate al Csm
di Giorgio BongiovanniE’ passato un mese da quando abbiamo lanciato sulla piattaforma di change.org un appello alle istituzioni competenti, affinché il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo non sia delegittimato. Così abbiamo chiesto ai cittadini di manifestare la propria solidarietà e sostegno nei confronti del magistrato firmando la petizione e condividendola, e la risposta è stata estremamente positiva. In questo mese, infatti, sono state sfiorate le centomila firme. Un numero importantissimo che ha superato decisamente le nostre aspettative. Per questo motivo vogliamo ringraziare uno ad uno questi 97.744 cittadini, che hanno aderito a questa iniziativa dimostrando la propria sensibilità su questo tema che si è ancor di più rappresentato dopo la delicata, quanto grave, vicenda dell'allontanamento del sostituto procuratore nazionale antimafia dal pool "stragi e mandanti esterni". Tutte le firme saranno trasmesse al Consiglio Superiore della Magistratura, che ha la sua massima rappresentazione nelle persone del Presidente Sergio Mattarella, Capo dello Stato, ed il suo vice David Ermini con l’augurio che l’organo di autogoverno possa tener conto della solidarietà manifestata al pm Di Matteo, evitando così quell'isolamento che distrugge e devasta quanto una bomba. Con questa petizione non si vuole condizionare a furor di popolo le autorità competenti, che saranno chiamate a decidere sul caso nel pieno diritto delle proprie decisioni, ma caso mai sensibilizzare le stesse a valutare attentamente i fatti affinché lo stesso magistrato possa essere reintegrato e proseguire quell'attività che lo ha visto impegnato in oltre vent'anni di carriera, ovvero cercare la verità sulle stragi del 1992 e del 1993 e dare un volto ai mandanti dal volto coperto dietro cui si nascondono personaggi potenti e settori deviati dello Stato.

 

   

L'IRAN SI DIFENDE SCHIACCIATO DALLA "TROIKA DEL MALE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Margherita Furlan

Le riserve di uranio arricchito dell'Iran hanno superato il limite di 300 kg stabilito nell'accordo sul nucleare del 2015. Dopo l’annuncio di ieri, 1 luglio, da parte del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in queste ore arriva la conferma dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Il prossimo passo sarà quello di aumentare il grado di arricchimento dell’uranio (fino al 20%) e la soglia di acqua pesante (che potrebbe arrivare a 13 tonnellate), avverte Teheran, che potrebbe così aprire la strada allo sviluppo di armi nucleari.

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IN PRIMO PIANO, MESSICO. I CORPI SENZA VITA DI PAPA' OSCAR E DELLA PICCOLA ANGIE VALERIA, LO SCATTO CHE HA FATTO PIANGERE IL PIANETA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di AMDuemila
Trovati sulle rive del Rio Grande. Papa Francesco: “profondamente addolorato per la loro morte

Messico, Rio Grande. Una bambina di due anni è immersa nell’acqua con la faccia rivolta in basso, accanto a lei si trova un uomo, suo padre, al quale ancora stringe le esili braccia al collo, come se fosse stata l’ultima ancora di salvezza prima dell’inevitabile. Entrambi i corpi senza vita galleggiano tra il fango e la melma nella sponda del fiume che segna il confine tra Messico e Stati Uniti. Un confine maledetto che ogni anno migliaia e migliaia di cittadini del centro-America cercano di oltrepassare, molte volte senza successo, come accaduto a papà e figlia. La fotografia raffigurate la piccola Angie Valeria e suo padre salvadoregno Oscar Alberto Martinez, di 25 anni, è stata scattata da Julia Le Duc, reporter de la Journada e sta già facendo il giro del mondo scatenando le prime reazioni di dolore e indignazione da parti di alcuni e totale indifferenza da parte di altri. Papa Francesco ad esempio "ha visto con immensa tristezza, l'immagine del papà e della sua bambina morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Il Papa è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria”. Come lo scatto shock del piccolo Aylan trovato su una spiaggia turca è divenuto il triste simbolo dell'immigrazione verso l'Europa, quello della piccola Angie e di suo padre è destinato a diventare l’emblema delle carovane latine che tentano di entrare negli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. La disgrazia sarebbe avvenuta domenica e i due corpi sono stati ritrovati lunedì e saranno rimpatriati nei prossimi giorni. Il ministro degli affari esteri di El Salvador ha intanto invitato le famiglie che tentano di migrare negli Usa di ripensarci: "Non rischiate". Poche ore dopo il ritrovamento però sono stati già avvistati altri quattro cadaveri vicino al Rio Grande e proprio nella zona dove è in costruzione una sezione del muro voluto dal presidente Donald Trump: si tratta di una giovane donna, due bambini e un neonato. Le principali emittenti Usa e i media sul web ripropongono in continuazione quelle immagini che sono come un pugno nello stomaco. Ma dalle autorità americane nessuno osa profererir parola. Kamala Harris, candidata democratica alla Casa Bianca di origini indiane e afroamericane ha commentato: “Queste famiglie che cercano asilo stanno spesso fuggendo da una violenza estrema. E cosa accade quando arrivano? Trump dice tornate da dove siete venuti. Questo è inumano. Dei bambini stanno morendo. Questa è una macchia nella nostra coscienza morale”. La Camera a maggioranza democratica ha deliberato uno stanziamento di 4,5 miliardi da destinare alla crisi del confine sud, ma la Casa Bianca è già pronta a imporre il veto. Nel frattempo, il massimo responsabile dell’agenzia federale che gestisce i campi al confine del Messico dove vengono trattenuti i bambini separati dalle famiglie illegali è costretto a dichiarare le dimissioni, dopo che un gruppo di avvocati ha testimoniato le condizioni terribili in cui i minori sono costretti a vivere: senza cibo adeguato, con scarsa assistenza medica, i neonati accuditi da altri minori.

 

   

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