Giovedì, Ottobre 17, 2019
   
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Osservatorio Planetario

POPOLI INDIGENI: 500 ANNI DI LOTTA, ADESSO BASTA!

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 (Da Antimafia Duemila online)

di Marta Capaccioni - Foto
Intervista a Derlis Lopez, leader della comunità Takua'i

Loro, i popoli nativi, erano in armonia con il Sole, la Terra e la Luna. Ascoltavano il cinguet-tio degli uccelli e aspettavano il loro ritorno per la primavera. Sorridevano agli animali e li accarezzavano come bambini. Respiravano all’unisono con gli alberi e il vento. Tutto gioiva nel veder danzare le loro grandi piume colorate. Tutti s’inchinavano davanti alla loro saggezza.
Nessuno si era mai permesso di turbare la pace e la tranquillità che avevano trovato nelle loro case e nelle loro comunità. Ma poi arrivarono, arrivarono in quel fatidico 1492, cavalcando, con cappello e grandi stivali, agitando corde e puntando i fucili contro tutto ciò che appariva ai loro occhi nemico. Una pallottola contro una pietra. Le due Americhe si tinsero di rosso, si bagnarono di un sangue puro e la terra pianse per il dolore. Tribù per tribù, sterminarono e distrussero. Tenda per tenda, saccheggiarono e incendiarono. Piuma per piuma, violentarono e uccisero.
Sono ormai più di 500 anni che i popoli nativi americani combattono per i loro boschi, per le loro terre e per la loro vita. È una lotta che continua ancora oggi, contro il nuovo impero. Un impero che, nonostante abbia cambiato colore o bandiera, è rimasto spietato come nel passato.
Questo sta succedendo anche in Paraguay, dove le popolazioni indigene, insieme a centi-naia di contadini, vengono ogni giorno brutalmente espropriate dai loro territori. Non è ri-masto più nulla: non ci sono foreste, non c’è biodiversità, non ci sono più quegli unici paesaggi invidiati dal mondo intero. Rimangono solo distese di campi, campi di soia, di marijuana e di grano, campi intensivamente sfruttati dall’oligarchia potente che governa e dalle multinazionali statunitensi.
Il paese infatti, non appartiene al popolo paraguayo, ma al 2% dell’intera popolazione, che in poche parole, si riduce a qualche migliaio su 7 milioni di abitanti. Il popolo paraguayo è schiavo all’interno di una grande casa, di proprietà di qualcun altro.

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INTERVISTA A GIORGIO BONGIOVANNI SU RADIO NANDUTI

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UN SEGNO INEQUIVOCABILE, GIORGIO BONGIOVANII IN PARAGUAY
ADDITANDO L'ANTICRISTO

Memorabile intervista a Giorgio Bongiovanni, dure parole del Cielo a Radio Ñandutí

Di Jean Georges Almendras, da Asuncion, Paraguay - 13 ottobre 2019

Il linguaggio giornalistico si accolla il peso delle frivolezze del mondo consumistico.

Carica le noxae di una professione che fa onore alla libertà, ma a volte, (con frequenza quasi demoniaca), aliena e sovverte le verità umane e le verità della fede. Sgambetti propri di un attore sistemico famoso che opera a viso scoperto dalle redazioni dei quotidiani, dai canali televisivi, dagli studi di emittenti radio, ed in questo tempo anche dalle molteplici reti sociali. Ciononostante, non tutti i lavoratori dei mezzi di diffusione si sono lasciati fagocitare dalla superficialità, dal consumismo mediatico o dall'ignoranza. Nel mondo ci sono ancora delle palesi eccezioni.

Una di queste eccezioni, e lo dico sinceramente senza fanatismi né estrosità giornalistiche, è stata (e lo è ancora) la giornalista Mariana Rubín, conduttrice del programma "En la Mira" di radio Nañdutí, di Asuncion, Paraguay, persona saggia e di fede che ci ha aperto i microfoni del suo programma quotidiano. A noi che alla lotta sociale, uniamo come indiscussa fonte ispiratrice della nostra attività di rivoluzionari della spiritualità, la vita nel cosmo, le profezie mariane - in particolare quella di Fatima - il ritorno di Cristo, i segni dei tempi e l'opera spirituale di Giorgio Bongiovanni, opera di cui facciamo parte, come operatori. Operatori del Cielo, perché è questo che siamo, affinché l'uomo "sia libero, ma libero davvero" come disse Cristo.

Mariana Rubín, in Paraguay, ha sempre ospitato nel suo programma Omar Cristaldo, uno storico punto di riferimento spirituale dell'Opera del Cielo alla Terra, del Paraguay; e in questo mese di ottobre, che per noi scorre frenetico, ci ha invitato nuovamente negli studi di Radio Ñandutí, per parlare in in maniera approfondita della Profezia di Fatima, del Cosmo abitato e del ritorno del Cristo, come preambolo della conferenza pubblica che si terrà martedì 15 ottobre, alle 18:00, presso l'auditorium dell’Hotel Guaranì, nel centro di Asunción, con ingresso libero. Saranno presenti come relatori Giorgio Bongiovanni e Pier Giorgio Caria, entrambi preparati dal Cielo, per illuminare e richiamare le anime che desiderano conoscere la Verità "come duemila anni fa”. Giorgio Bongiovanni parlerà del suo padre spirituale Eugenio Siragusa, della sua esperienza mistica, delle sue stigmate, delle sue esperienze di contatto con gli Esseri di Luce, dei suoi incontri con la Vergine e con Cristo, e del ritorno di Cristo. Pier Giorgio Caria parlerà delle sue investigazioni sulla realtà extraterrestre (con approfondimenti sulle prove documentali del contattato Antonio Urzi) e delle ragioni per le quali dobbiamo mettere in relazione la presenza dei fratelli del Cosmo con il messaggio spirituale, con i messaggi di Giorgio Bongiovanni e con l'annuncio del ritorno di Cristo.

Le mie parole, a questo punto, sono superflue; più importanti quelle della conduttrice Mariana che presenta Giorgio Bongiovanni, come ospite principale del programma; le parole di Omar Cristaldo, introducono l'intervista, e infine le parole di Giorgio Bongiovanni, il nostro Maestro di Vita.

Omar Cristaldo, con la lealtà che lo caratterizza (di grande levatura come essere umano e come fratello spirituale), ha parlato dei messaggi della Vergine di Fatima, di ogni passo tracciato dal Maestro Gesù, trasportandolo nel contesto della realtà mondiale e sottolineando il significato del ritorno di Cristo e la missione di Giorgio Bongiovanni di additare e smascherare l'Anticristo, compito principale della sua missione spirituale, da quando ricevette le stigmate, nel settembre del 1989.

Il programma di Mariana Rubín offre un contributo ineguagliabile all'Opera del Cielo, trattandosi di un programma libero e senza strutture. Uno spazio radiofonico che mira a risvegliare l'uomo, non ad addormentarlo. Uno spazio radiofonico che vuole aiutarlo ad elevare la spiritualità, e ad insegnargli che anche quando c’è scetticismo o mancanza di fede, ci deve essere almeno rispetto nei confronti del credente. Che ci sia umiltà, e non la superbia dell'uomo ateo, dell'uomo materialista, dell'uomo capitalista che, prima o poi, finisce per fare il gioco della criminalità, della corruzione… dell’Anticristo.

Mariana Rubín si è espressa con consapevolezza riguardo i misteri della fede, e la presenza di esseri di altri mondi ("degli angeli di ieri e extraterrestri di oggi"), delle rivelazioni della Vergine di Fatima, delle stigmate di Giorgio Bongiovanni, della sua missione in questo terzo millennio "come messaggero del Cielo", e di Dio. Persona aperta e lo è stata ancora di più, se vogliamo, quella sera, nel suo programma “En la mira”. Una operatrice del Cielo. Semplicemente.

Giorgio Bongiovanni, per l'ennesima volta (e ne sono testimone perché ho condiviso con lui, da 30 anni, viaggi in missione per il mondo per divulgare il Messaggio del Cielo, e l'ho ascoltato innumerevole volte dire con la serenità e la pace riflesse nei suoi occhi “la mia storia di stigmatizzato inizia il 2 settembre 1989…").

È iniziata così un’intervista storica, per alcuni (specialmente per gli ascoltatori che videro Giorgio per la prima volta in Paraguay, all'inizio degli anni 90); sublime, per altri, per l'alto contenuto mistico e spirituale delle sue parole; e chiarificatrice, specialmente per chi, lontano dalla fede, ancora prigioniero delle limitazioni della paure o della mancanza di informazione, non è ancora riuscito a trovare il cammino verso Dio, benché Dio abbia trovato loro.

- Come stai Giorgio?

"Fisicamente non sto molto bene, ma interiormente mi sento bene, mi sento felice, nonostante un mondo pieno di sofferenze, mi sento felice di fare quello che faccio fino all'ultimo istante della mia vita”.

- Giorgio, in che momento inizia la tua trasformazione, l'incontro con la Vergine, le stigmate, soprattutto per i giovani che forse non ti conoscono, puoi raccontarci la tua storia, visto che sei qui, chi è Giorgio Bongiovanni?

"Tutto incominciò quando io avevo 27 anni, ora ne ho 56. Sono passati 30 anni da quel 2 settembre del 1989, quando io ero un giovane imprenditore italiano che incominciava ad avere successonegli affari. Sognavo di avere un'impresa, una famiglia, ed avere un buon guadagno di soldi per i miei figli, come il sogno americano, diciamo, e ci sono riuscito; ma nel momento migliore della mia mia carriera di imprenditore ebbi un'esperienza mistica. Sono stato sempre credente, una persona molto religiosa, grazie ai miei genitori cattolici, mi sono sempre interessato all’aspetto spirituale, al paranormale, ai miracoli, al Cosmo, ma ero uno studente, una persona che amava queste cose, per hobby, perché io avevo una professione completamente differente, vendevo accessori per scarpe di firma made in Italy".

"Un giorno ebbi un'apparizione, dal niente, un Signora molto bella, piena di luce, apparve davanti ai miei occhi. Io avevo impiegati ed impiegate, non ero una persona che tutti i giorni pensava alla religione. Ed ebbi questa visione nel mezzo del mio ufficio, nessuno dei miei impiegati vedeva niente, solamente io. Iniziò a parlarmi. Mi disse di pregare, questo si è ripetuto per diversi giorni, fino a quando mi disse di andare a Fatima, in Portogallo, un luogo sacro molto conosciuto dai credenti cattolici per la famosa apparizione di Fatima. Ed ero lì il 2 settembre, perché Lei mi aveva promesso un segno ed io che avevo un padre spirituale laico che si chiamava Eugenio Siragusa, molto conosciuto in Italia come ufologo e mistico, mi disse di avere fede e di non avere paura”.

"Quindi sono andato e tutti, me compreso, pensavamo che il segno sarebbe stata una Croce, o qualcosa che si sarebbe manifestato per dimostrare che Dio esiste, qualcosa del genere, non sapevo, non pensavo a niente; tuttavia, il segno aveva un’altra importanza, drammatica, straordinaria allo stesso tempo, ed erano le stigmate. Vidi due raggi emanare dal petto della Vergine che mi colpirono perforandomi le mani, ed iniziò ad uscire il sangue che tutta la gente che era lì a Fatima potè vedere, in particolare due amici che mi accompagnavano; e da quel momento la mia vita cambiò. Da imprenditore che ero, con un’azienda che avrebbe contato in futuro con centinaia di impiegati sono diventato un umile missionario che vive di elemosina, alla giornata" .

Sono passati 30 anni, ho avuto l'opportunità di girare il mondo, sono stato il primo italiano ad andare nella Russia comunista e mi accolsero con molto rispetto; mi diedero addirittura l'opportunità di parlare nella televisione nazionale a centinaia di milioni di russi, perché grazie a Dio, ebbi l'opportunità di conoscere il presidente Gorbachov che fu la causa della caduta del muro di Berlino. E da lì incominciai a girare il mondo parlando della Vergine di Fatima, con questi segni che tutti vedevano, sanguinando, e sottoponendomi alle visite mediche”.

"All'inizio fu molto difficile con la chiesa cattolica che mi rifiutava, non mi credevano, mi mettevano molti ostacoli; dopo 30 anni la chiesa si è convinta che sono onesto, non riconosce il miracolo, ma mi rispetta perché la mia attività non è solamente mistica; ho iniziato anche a svolgere la mia missione nella mia terra, in Sicilia e nel mondo attaccando la mafia, i narcotrafficanti, nel nome di Dio, e questo mi ha portato il rispetto da parte della chiesa, dei missionari della chiesa cattolica. Oggi sono qui in Paraguay, perché è una terra che io amo profondamente perché ho fratelli spirituali come Omar e come Almendras che viene dall'Uruguay, ed altri… Avevo un amico e fratello che si chiamava Pablo Medina, assassinato dalla mafia paraguaiana, ed era un giornalista che scriveva /per la mia rivista, perché io ho anche una rivista, in Sicilia, a Palermo, "Antimafia"; ti piace che a Palermo, la capitale della mafia, c’è una rivista che si chiama Antimafia"?

- E… sembra complicato la rivista in un posto come quello…

"Eh si…, sembra complicato ma sono felice; e se mi ammazzano sarò ancora più felice”.

- Mi sembra molto interessante tutta la trasformazione, il cambiamento della tua vita come tu lo racconti; la Vergine di Fatima, oltre a darti le stigmate, comunica con te, ti parla dei misteri, perché tu fai sempre questa lotta, impartendo giustizia, rimarchi molto il tema del narcotraffico…Hai un messaggio specifico, politico, della Vergine?

"Si, ce l'ho, della Vergine ed anche di Cristo; il primo è che la Vergine mi promise, e anche Cristo stesso, che Lui ritornerà concorde alla profezia del vangelo che parla della Seconda Venuta del Cristo per giudicare il mondo”.

- Perché dici la Vergine “mi promise"?

“Mi promise nel senso che annunciò la prossima Seconda Venuta di Cristo sulla terra. La ragione per la quale faccio la lotta contro la mafia è per questo motivo; perché la Vergine mi spiegò che l'anticristo, Satana, il demonio, ha molti adepti; e sono i narcotrafficanti, i mafiosi, i politici corrotti, gli ecclesiastici corrotti e pedofili, i grandi potenti della terra, i potenti del Paraguay stesso, perché solamente demoni, anticristi, esseri cattivi possono permettere che un paese bello come il Paraguay possa avere gente che vive nella miseria, che non ha da mangiare, mentre pochi potenti hanno cento, mille volte di più della gente; e sono i potenti politici, corrotti, mafiosi, questi sono demoni, e la Vergine mi indicò contro chi dovevo fare la lotta e minacciare tutti che la giustizia di Dio avrebbe colpito molto forte come fece con il diluvio universale. Questa è la mia missione finale, affinché il popolo paraguaiano - in questo caso mi trovo in Paraguay ma mi riferisco a tutto il pianeta - deve avere la speranza che Dio esiste e farà giustizia, e i potenti non avranno perdono, compresi quelli di questo nostro caro paese, il Paraguay, che noi amiamo”.

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AMPIO SPAZIO PER OUR VOICE A RADIO NANDUTY DI ASUNCION

di Jean Georges Almendras - Foto
Bellissima atmosfera ed un’accoglienza che ci ha lusingato e ci ha permesso di esprimere noi stessi liberamente e spontaneamente. Siamo stati ospiti nel programma "Tiempo libre" di Radio Ñanduti di Asuncion condotto da Santiago Montes, maestro di cerimonia che ha coordinato un incontro inedito traboccante di simpatia.
Per quasi 60 minuti i giovani di Our Voice ed i redattori di Antimafia Dos Mil si sono rivolti a un’audience particolare, guidati in modo egregio da un professionista della comunicazione.
Lui ha curato personalmente l'intervista rendendo l’incontro coinvolgente e partecipativo. Si è parlato di teatro, della storia di Our Voice, dei problemi del mondo, dell’assassinio del giornalista Pablo Medina, della democrazia in cui viviamo (che poi tanta democrazia non è), e dell'opera teatrale "Democrazia"? che Our Voice porterà in scena all'auditorium della Manzana de la Rivera, mercoledì prossimo 16 ottobre alle ore 19.
Sonia Tabita Bongiovanni, direttrice e fondatrice di Our Voice, ha approfondito con il temperamento e la convinzione dei suoi giovani anni l'anima del Movimento, dalle sue origini fino ai nostri giorni.
Matías Guffanti, coordinatore di Our Voice per il Sudamerica, ha parlato degli ideali del Movimento.
La figlia di Pablo Medina, Dyrsen, membro di Our Voice, ha ricordato e reso omaggiò a suo padre, facendo anche una profonda analisi del contesto criminale e politico attorno alla morte di suo padre. Un'analisi profonda, convincente e coerente.
Da parte nostra abbiamo messo in evidenza l'arte teatrale di Our Voice in sé, affrontando anche la realtà sociale e politica del Paraguay e della regione, sintetizzando in questo modo l’essenza della sceneggiatura preparata per mercoledì prossimo.
Molti altri interventi hanno arricchito la serata di “Tiempo libre”. Patricio, Marta e Stefano. Ognuno ha dato il proprio contributo, in italiano o spagnolo, sempre con sorrisi e buon umore. Era presente anche Jorge Figueredo, direttore di Antimafia Paraguay, che in questa occasione non è intervenuto. Mentre Stefano scattava le foto.

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ELEZIONI CSM, UNA FOLATA DI VENTO NUOVO

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di Giorgio Bongiovanni
Il pm di Palermo, Nino Di Matteo, è stato eletto come consigliere per il Consiglio superiore della magistratura. Ha ottenuto 1184 voti, secondo solo al procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Antonio D'Amato, che ha invece raccolto 1460 preferenze sui 6799 magistrati che hanno preso parte alle elezioni suppletive che si sono svolte domenica 6 e lunedì 7 ottobre. Un risultato importante per diversi punti di vista.
Questo giornale è stato sempre critico, esprimendoci anche con toni duri ed aspri, nei confronti dell'organo di autogoverno della magistratura. Nel corso della sua storia è lungo l'elenco degli errori, delle sviste, delle maliziose persecuzioni e dei tradimenti che il Csm ha compiuto nei confronti di coloro che hanno dato la vita per la magistratura ed in nome del popolo italiano. Su tutti, basta ricordare quanto avvenne con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oggi amati e ricordati come simboli, ma al tempo osteggiati e denigrati proprio per il loro operato.
Poi ci sono stati gli scandali sulle nomine, come quello scoperto dalla Procura di Perugia, che hanno macchiato enormemente l'intera struttura, e che hanno reso manifesto un modus operandi che, purtroppo, si ripeteva da tempo.
Per rompere lo schema era necessario un cambiamento profondo e queste nuove elezioni, che hanno seguito logiche diverse rispetto la spartizione tra correnti, dimostrano che ciò è possibile.
Va colto il dato che Nino Di Matteo era, e resta ancora oggi, tra quei candidati "indipendenti" che non fanno parte di alcuna delle "correnti" in cui è divisa la magistratura e che mai hanno partecipato all’associazionismo. E' una folata di vento nuova, positiva, quella che si respira nel momento in cui i magistrati scelgono come rappresentante qualcuno che non appartiene a quel mondo. Una scelta che viene fatta, dunque, per merito e che riconosce il lavoro svolto fin qui dallo stesso.
L'elezione di Di Matteo è dunque la vera novità, ed il segno che una grossa parte della magistratura vuole davvero una riforma del Csm che sappia andare oltre l'ideologia delle correnti e della politica.
Una riforma che potrà essere raggiunta se tutti i membri del Consiglio sapranno cogliere questi segnali.
Di Matteo e D'Amato si aggiungono a Davigo, Ardita ed altri membri già presenti all'interno del Csm, per mettere in atto una riforma dell'Organo, tanto attesa per quanto mai raggiunta.
Abbiamo seguito la campagna elettorale dei candidati ed ascoltato le relazioni che sono state presentate lo scorso 15 settembre ai membri dell'Anm. E in tutti i sedici candidati si è colta proprio la necessità di un rinnovamento all'interno del Consiglio superiore della magistratura.
E già allora Di Matteo espresse in maniera chiara come, a suo modo di vedere, al Csm sia "possibile dare una spallata al sistema invaso da un cancro".
In una lettera, inviata ai colleghi prima del voto, non ha solo approfondito il concetto ma ha espresso un'idea di grande valore etico-morale, dove a prevalere non è l'aspetto tecnico ma il piano umano-filosofico e sociale. Nella missiva si evince il desiderio del magistrato eventualmente eletto per far sì che sia messa in atto una riforma seria e concreta dall'interno del Consiglio superiore della magistratura, fermo restando l'impegno nella lotta contro la mafia che non può essere in alcun modo trascurata. Di seguito vi proponiamo la trascrizione integrale.

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UNA RAGNATELA DI POLITICI INDIZIATI NELL'ASSASSINIO DI PABLO MEDINA

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di Jean Georges Almendras* - Foto
Si chiamava Pablo Medina, il giornalista paraguaiano ucciso all'età di 53 anni, il 16 ottobre 2014, lungo un’isolata strada vicino alla località balneare di Villa Ygatimi nella zona di Curuguaty, nel dipartimento di Canindeyú, a circa 350 chilometri da Asuncion. I sicari del narcotraffico spararono raffiche di fucile e di pistola di grosso calibro falciando la vita di Pablo. Nell'attacco criminale morì anche la sua assistente, Antonia Almada, di 19 anni. La notizia scosse e indignò la famiglia del giornalismo paraguayano. Si sentì sgomenta, oltraggiata. D’altra parte, era il 19º giornalista caduto dall’istaurazione della democrazia, dopo 35 anni di dittatura militare.
Ma il giornalismo libero paraguaiano non è stato l'unico ad essere stato colpito con le armi in America Latina, sono caduti (e continuano a cadere sotto i proiettili assassini del crimine organizzato), anche molti giornalisti messicani e centro americani. Il crimine organizzato si è diffuso (e continua ad estendersi), pericolosamente, sulle società democratiche. Alcune delle quali non sono altro che illusioni di democrazie, perché in realtà sono democrazie che non fanno altro che contribuire e facilitare ai criminali, le strade necessarie per concretare i loro affari illeciti, trasformandole in democrazie che sono il vivaio di governanti che si corrompono, in alcuni casi con i narcos, per cedere il passo ai narco Stati.
Ed a proposito di tutto questo scenario per niente incoraggiante mi sento nell'obbligo di denunciare, come una sorta di omaggio al nostro collega Pablo Medina e come istintivo meccanismo di autodifesa, di una professione che è stata oltraggiata e divorata da elementi del potere economico e politico del Paraguay perché dietro il doppio crimine di Villa Igatimi c’è una brutale ragnatela del sistema politico paraguaiano. Una rete di intrighi tesa per catturare la sua vittima: un lavoratore della stampa ed una giovane assistente le cui rispettive famiglie hanno vissuto le perdite con stoicismo ammirabile. Tutto una ragnatela di intrighi mirato a liberarsi dal nemico. Il nemico che denunciava con i suoi articoli il capo narcos della zona di Ipehjú: niente meno che il sindaco eletto per il Partito Colorado, Vilmar "Neneco" Acosta. E la sua denuncia, costante e ricorrente negli ultimi anni, è stata la causa del suo decesso.
Dopo il duplice omicidio, sia in Paraguay che oltre confine, c’era la certezza quasi assoluta che dietro ci fossero alcuni membri del sistema politico paraguaiano.
Nel novembre del 2014, appena un mese dopo il fatto di sangue, quando giornalisti italiani, argentini, uruguaiani e paraguaiani che conoscevano Pablo Medina organizzarono un evento pubblico in omaggio al collega nella Plaza de la Democracia, era ormai di dominio pubblico il fatto che la narco politica era coinvolta nel doppio assassinio. Come avvenuto con i 18 giornalisti assassinati dall’inizio della vita democratica in Paraguay. Primo tra tutti il collega Santiago Leguizamón il cui omicidio è ancora senza colpevoli, come quello di tanti altri.
Sia la cittadinanza che il giornalismo paraguaiano hanno indicato come complici della morte di Pablo e di Antonia certi personaggi della ragnatela politica installata nel Parlamento nazionale del paese fratello e in diverse posizioni politiche dell'interno del territorio guaranì. La morte di Medina, che lavorava per il giornale ABC Color, e di Antonia, quel tragico 14 ottobre 2014, scoperchiò la punta di un iceberg chiamato corruzione ai massimi livelli.

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OUR VOICE VISITA LA CASA DEGLI ORRORI DELLA DITTATURA DI STROESSNER

 

di Jean Georges Almendras - Foto
Orrore. Orrore degli orrori. Orrori di ieri, ma anche di oggi perché sono gli orrori delle dittature militari che non si dimenticano, rimangono impressi nella nostra memoria, sebbene ci sia chi vorrebbe - ostinatamente e in maniera machiavellica - cancellarli dalla nostra memoria (dalla memoria collettiva). Come se cancellandoli (con decreti, manipolazioni politiche o sotterfugi legali), tutti quegli indescrivibili orrori svanissero dall'anima dei popoli. Dei popoli latinoamericani vittime del saccheggio, del genocidio, con particolare accanimento. Accanimento che si è scagliato su uomini, donne, bambini e bambine.
Orrore degli orrori.
Insieme ai giovani di Our Voice abbiamo visitato il "Museo della Memoria, dittatura e diritti umani", un'iniziativa promossa dalla "Fundación Celestina Pérez di Almada", a seguito della scoperta dell'Archivio del Terrore, il 22 dicembre del 1992, come strategia di lotta contro l'impunità delle violazioni dei Diritti Umani commessi nella seconda metà del secolo scorso sotto il governo dittatoriale del Generale Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989.
Un vecchio casolare in Via Chile 1072, al centro della città di Asuncion, rappresentò durante la dittatura militare uno degli edifici scenario degli orrori. Siamo stati lì. Ci sono venuti i brividi, perché la vibrazione del dolore è ancora percepibile in ogni punto dell'edificio. Un edificio che dall'esterno non lascia intuire gli orrori inimmaginabili vissuti tra quelle mura.
Orrore degli orrori.
In quel vecchio casolare era in funzione la Dirección Nacional de Asuntos Técnicos (DNAT). Un vecchio casolare dove l'apparato repressore del Piano Condor mise in atto la più grande tortura ai danni di circa 8.000 esseri umani che sono passati per le sue viscere. Un vecchio casolare costruito da una rinomata famiglia di Asuncion negli anni ‘30. Successivamente fu affittato al Governo di Alfredo Stroessner che installò lì la sede della Dirección Nacional de Asuntos Técnicos, un sinistro organismo con un alone di morte e di tormento. Un sinistro organismo destinato all'eliminazione degli oppositori al regime dittatoriale e di tutti coloro che erano animati da ideali del marxismo leninismo. Così dispotico. Così criminale.
Orrore degli orrori.
Siamo entrati: i giovani che non hanno vissuto nella propria carne le dittature militari e noi più anziani che abbiamo vissuto quei tempi di terrore, nei nostri paesi di residenza. Lì, le nuove generazioni hanno scoperto l’orrore. Attraverso fotografie, riportanti le rispettive storie, di desaparecidos e torturati: esseri umani in preda a delle bestie. Alla mercé della repressione. I visitatori trovano davanti ai loro occhi le stesse pareti, alcune delle stesse celle di tortura e in una vetrina gli attrezzi utilizzati per i tormenti. È un Museo della Memoria che permette veramente di addentrarsi nel passato, per conoscere nel minimo dettaglio, tutte le cose che accaddero lì. Le cose che in quei giorni tutti sapevano e le cose che in quei giorni tutti ignoravano (o occultavano), perché la repressione operava nell'ambiguità: nel silenzio, nella menzogna, nei discorsi ufficiali adornati sempre da rose e colori. Quando in realtà non c’erano né rose né colori, c’erano morti, persecuzioni e soprusi fisici bestiali.
Un vecchio casolare al cui interno (e anche all’esterno) venivano spezzate vite e schiacciati idee e diritti. Un vecchio casolare, oggi sede di un Museo, che oggi schiaffeggia il presente, affinché la memoria sia un sentiero verso la giustizia e non un sentiero che conduce all’oblio. Quell’oblio, quel voltare pagina, che in tanti si augurano. Quei tanti in uniforme e in giacca e cravatta seduti nel sistema politico, nel governo e nei balconi del potere economico.
Orrore degli orrori.

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ELEZIONI CSM, D'AMATO E DI MATTEO ELETTI COME CONSIGLIERI

(DA ANTIMAFIA DUEMILA)

 

di Aaron Pettinari
Sono Antonio D'Amato e Nino Di Matteo i due magistrati eletti al Consiglio superiore della magistratura alla tornata di elezioni suppletive indette dopo le dimissioni dei togati Antonio Lepre e Luigi Spina, a seguito dello scandalo che ha travolto il Csm per i fatti emersi dall'inchiesta di Perugia, anche nota come caso Palamara.
D'Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, ha avuto 1460 voti, mentre Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia ed in passato pm di punta del processo sulla trattativa Stato-Mafia, ne ha ottenuti 1184. Lo spoglio dei voti, che si è tenuto nel corso della mattinata, ha visto un lungo testa a testa tra Di Matteo e Francesco De Falco, sostituto procuratore di Napoli, giunto terzo con ben 950 voti.
A seguire, nella lista di sedici candidati che hanno concorso, sono seguiti Fabrizio Vanorio, sostituto procuratore a Napoli, 615 voti; Anna Canepa, sostituto alla Dna ed ex segretario di Magistratura democratica, che ha ottenuto 584 voti; Tiziana Siciliano procuratore aggiunto a Milano, 413 voti; Paola Cameran, sostituto procuratore generale a Venezia, 311 voti; Simona Maisto, sostituto a Roma, 163 voti; Gabriele Mazzotta aggiunto a Firenze, 151 voti; Alessandro Milita, aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, 146 voti; Grazia Errede, sostituto a Bari, 134 voti; Andrea Laurino, sostituto ad Ancona, 127 voti; Alessandro Crini, procuratore a Pisa, 105 voti; Francesco De Tommasi, sostituto a Milano, 79 voti; Anna Chiara Fasano, sostituto a Nocera Inferiore, 51 voti; Lorenzo Lerario, sostituto procuratore generale a Bari, 25 voti. Le schede bianche sono state 301, nessuna scheda nulla.
All’esito delle consultazioni elettorali, comunque, il Csm non è ancora al completo: nuove suppletive, per sostituire l’ultimo dei togati che si sono autosospesi dopo il caos nomine, Paolo Criscuoli, giudice di merito di Magistratura Indipendente, si terranno l′8 e il 9 dicembre. Entro la fine dell’anno sarà nominato anche il nuovo procuratore generale della Cassazione. Sarà il successore di Riccardo Fuzio, anche lui finito nello scandalo a seguito di un colloquio con Palamara intercettato nel corso dell'indagine. Solo a quel punto non ci saranno più sedie vacanti nella sala del plenum. Sull'elezione dei due togati è intervenuto il vice presidente del Csm David Ermini, oggi a Marsala per l'inaugurazione del nuovo Tribunale: "Bene la nomina dei due pubblici ministeri al Csm, da lunedì saremo già a lavoro in commissione. Domani penso che potranno già prendere possesso, appena rientro convocheremo la commissione verifica titoli e spero che già domani possano operare. Sicuramente da lunedì saranno in servizio. Nel fine settimana ricostituiremo le commissioni, come sapete si cambiano tutti gli anni, e abbiamo atteso la nomina dei due pubblici ministeri che da lunedì prenderanno parte ai lavori".

 

   

ERGASTOLO OSTATIVO, CASELLI: "RESTI 41 BIS, EVITIAMO CHE MAFIOSI RIPRENDANO ARMI"

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di AMDuemila
Esentare i mafiosi ergastolani dal 41 bis "significherebbe mettere i peggiori mafiosi irriducibili in condizione di riprendere le armi, un rischio micidiale che occorre assolutamente evitare”. E’ così che si è espresso l’ex magistrato Gian Carlo Caselli in un intervento sul quotidiano il “Corriere della Sera”, riguardo la pronuncia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sull’"ergastolo ostativo”. Per l’ex capo della Procura di Palermo “sarebbe un colossale arretramento stabilire che il 41 bis non va applicato ai mafiosi ergastolani, che sono al 41 bis in quanto non pentiti e perciò ancora indissolubilmente legati (in perpetuo) alla 'casa madre’”. Secondo il presidente onorario di Libera “il problema si pone dopo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto, il 13 giugno, un ricorso contro l'ergastolo ostativo per i mafiosi al 41 bis - ha spiegato - quelli più pericolosi, che non hanno scelto di pentirsi, cioè di collaborare con lo Stato riparando almeno in parte i tremendi guasti causati”. Dunque, l’eventuale decisione favorevole della Cedu all’ergastolo ostativo "comporterebbe per un numero consistente di criminali 'irriducibili' un recupero di spazi di libertà - permessi, lavoro esterno, misure alternative - che consentirebbe loro, senza troppa fatica, di darsi alla macchia e tornare a delinquere”. In conclusione Caselli ha detto che non si tratta di “cattivismo”, ma "bensì di ‘riflessioni basate sulla realtà”, ricordando anche che il 41 bis è una norma "intrisa del sangue di Falcone e Borsellino" e "ha isolato i mafiosi detenuti privandoli del sostegno del gruppo e ha spinto gran parte di loro a pentirsi".

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QUEI BAMBINI MAI NATI FATTI A PEZZI PER IL MERCATO

Il Governo italiano intervenga
di Giorgio Bongiovanni - Margherita Furlan

In questo articolo a firma di Margherita Furlan, che di seguito potete leggere, è possibile trovare dati specifici e spaventosi sulla "nuova moda", in voga negli Stati Uniti, di concepire un figlio per abortire, esclusivamente per fini commerciali vendendo gli organi già formati. Un situazione gravissima che avrebbe proiezioni anche in Europa e, suppostamente, anche in Italia. Le nostre domande sono rivolte al Premier Giuseppe Conte e al ministro della Salute, Roberto Speranza. Sono loro al corrente di quanto sta accadendo con il beneplacito di industrie farmaceutiche mafiose, per non dire naziste, che manovrerebbero questa spaventosa azione criminale cinica e sadica? Sono stati presi provvedimenti nel nostro Paese per verificare che nei vari istituti siano totalmente rispettate le regole? Sono state avvisate le Competenti Procure distrettuali per dare il via ad indagini e verificate le notizie di reato presenti?
Aspettiamo risposta.

Quei bambini mai nati fatti a pezzi per il Mercato


di Margherita Furlan

Negli Stati Uniti l'ultima moda si chiama “kinky”, concepire un figlio per abortire. All’Associated Press un giovane uomo ha serenamente raccontato la sua esperienza di vita: “La mia ragazza ama essere messa incinta e le piace l’aborto. Non ha mestruazioni ed è sessualmente molto attiva. Negli ultimi dieci anni abbiamo abortito sette volte".

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CANNA DA ZUCCHERO E BIOCARBURANTE: IL NUOVO BUSINESS CHE SPAZZA VIA LE TRIBU' ETIOPI

CANNA DA ZUCCHERO E BIOCARBURANTE: IL NUOVO BUSINESS CHE SPAZZA VIA LE TRIBÙ ETIOPI Etiopia: la generosa terra rossa dell’antica Sacra Alleanza oggi trasuda fatica, dolore, abbandono, pur mostrandosi in tutta la sua straripante bellezza primigenia. La valle dell’Omo, un’immensa distesa di 25mila chilometri quadrati che si espandono nel sud del Paese, è caratterizzata da una molteplicità di ecosistemi, culture e lingue. Gli abitanti, circa 700mila persone, appartengono ad almeno 16 distinti gruppi etnici, che hanno mantenuto fino a oggi uno stile di vita tradizionale. Il fiume Omo, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, è la principale risorsa per la popolazione locale. Il fiume, lì, ancora oggi, rappresenta la vita stessa. Per la finanza globale invece significa soldi. Così facoltose compagnie straniere lì oggi sviluppano colture intensive di canna da zucchero e di jatropha, palma, mais, utili per i nuovi biocarburanti che tanto vanno di moda in Europa. Per fare spazio al business, i Bodi, i Kwegu, i Suri e i Mursi sono stati sfrattati dalle loro case ancestrali e dalle loro terre e trasportati in campi di reinsediamento. Popoli che ora denunciano la fame, a causa dell’allontanamento dalle loro mandrie e del sistema d’irrigazione artificiale delle nuove piantagioni, che sta prosciugando il fiume. Là dove c’erano foreste naturali, pascoli estensivi, terreni fertili, zone d’insediamento umano, ora c’è la cosiddetta sedentarizzazione forzata. E questa non tiene in considerazione la storia, le abitudini, le tradizioni, i sentimenti dei popoli, che qui hanno da sempre vissuto. Almeno fino ad ora. A cura di Margherita Furlan Editing Francesca Mallozzi Una produzione Cometa Associazione Tratto da: https://revoluzione.unoeditori.com/gl...

   

ARTISTE IN VILLA

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TR TELEPIANCAVALLO - CIRCUITO RST SAIUZ ONLINE

A CURA DELLA DOTT.SSA MARIA MARZULLO

DAL PARCO DI VILLA VARDA BRUGNERA -PN INTERVISTE ALLE ARTISTE MARGHERITA CARNIEL E FIORENZA FABBRO, A SEGUIRE IL VICESINDACO DI BRUGNERA MAURIZIO FOLTRAN

WWW.TELEPIANCAVALLO.IT

WWW.RADIOSAIUZ.IT

IN COLLABORAZIONE CON IL DTT DIGITALE TERRESTRE RTV

   

AMAZZONIA. HRV DENUNCIA: "JAIR BOLSONARO INDIFFERENTE NELLA LOTTA ALLA MAFIA DELLE FORESTE"

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di AMDuemila
Dal suo insediamento gli incendi nella selva brasiliana sono aumentati del 91,9%

Gli incendi in Brasile che hanno devastato la selva amazzonica le scorse settimane hanno un grande e intoccabile responsabile: “la mafia delle foreste”. Una rete di criminali che, secondo l'ultimo rapporto stilato da Human Rights Watch (Hrw), intitolato "Le mafie della foresta tropicale”, ha "la capacità logistica di coordinare il taglio degli alberi, il trasporto e la vendita del legno su vasta scala. Nel contempo - si legge - assoldano uomini armati per intimidire, in alcuni casi uccidere, quanti cercano di difendere le foreste”. Tuttavia, se questi personaggi sono liberi di fare ciò che vogliono con “il polmone del mondo” gran parte del merito va al presidente del Brasile Jair Bolsonaro che dal suo insediamento al potere è rimasto quasi sempre a braccia conserte. Parlano i numeri. Dall'inizio della sua carica (gennaio 2019) ad oggi, gli incendi in Amazzonia sono aumentati precisamente del 91,9%, un dato spaventoso se si considera che già quando gli incendi erano quasi la metà, ad agosto 2018, ammontavano a 3336 in tutto il territorio dell'Amazzonia brasiliana. Inoltre, secondo altri dati diffusi da enti governativi, tra gennaio e agosto 2019, la deforestazione dell'Amazzonia brasiliana è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2018, da 3337 a 6404 km2, l'equivalente di 640 mila campi da calcio. “Fin quando il Brasile non adotterà misure urgenti contro la violenza che facilita il taglio illegale del legno - ha denunciato il direttore dei diritti umani e dell'ambiente di Hrw, Daniel Wilkinson - la distruzione della più grande foresta tropicale del mondo sarà sfrenata”.

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PROCESSO DEPISTAGGIO VIA D'AMELIO, BORSELLINO QUATER: "SOGGETTI ESTERNI POTREBBERO AVER AGITO NELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO"

 (DA ANTIMAFIA DUEMILA)

di Aaron Pettinari
"Trattativa può aver accelerato morte del giudice". Nella requisitoria Pg Sava anticipa la richiesta di conferma delle condanne

Ventisette anni dopo le stragi del 1992, tanto sull'Attentatuni di Capaci quanto su quella di via d'Amelio, la verità non è ancora completa. Ci sono stati processi, sentenze e ancora oggi proseguono le inchieste per far luce su quelle zone d'ombra presenti in entrambi gli eccidi che hanno portato alla morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi a Caltanissetta è iniziata la requisitoria del Procuratore generale Lia Sava (presente assieme al sostituto Antonino Patti) al processo Borsellino quater. Un Processo importante che in primo grado ha sancito in via definitiva che Vincenzo Scarantino, il cui reato di calunnia è stato prescritto, è stato "indotto" a mentire. Nel corso della requisitoria iniziata questa mattina il Pg ha già fatto intendere che chiederà la conferma della sentenza della Corte d'Assise (ergastolo per i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino; 10 anni ciascuno per i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta e reato prescritto per Scarantino), ma ha anche evidenziato come "la ricerca della verità" non si è fermata e che vi sono elementi che possono portare all'individuazione di responsabilità esterne attorno alla strage.
"Secondo la procura generale - ha detto oggi la Sava - lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi". Secondo il magistrato "anche qualora si arrivasse ad individuare i soggetti esterni e allorquando sarà fatta luce sull'agenda rossa ciò non farà venir meno le responsabilità degli uomini di Cosa nostra che misero in atto lo scellerato progetto di Riina".
Facendo riferimento ad alcuni atti inerenti la strage di Capaci il Pg ha sottolineato che "sono oggetto di ulteriori approfondimenti". "Questo materiale - ha aggiunto la Sava - costituisce la dimostrazione che senza alcuna remora si sta cercando di battere ogni pista percorribile per far luce sui coni d'ombra". Per il Pg si tratta "di dichiarazioni di sicuro interesse e che consentono allo stato di formulare alcune considerazioni. Il materiale sopra richiamato non incide in alcun modo sulla sentenza della quale oggi vi chiediamo conferma. Deve evidenziarsi che la auspicabile, futura individuazione di responsabilità di soggetti esterni al sodalizio mafioso, che ben potrebbero aver agito prima della strage di via d'Amelio, concorrendo alla relativa esecuzione e determinandone l'accelerazione, e dopo la strage, a realizzare il colossale depistaggio evidenziato nella motivazione della sentenza impugnata, non possono, comunque, scalfire la validità ed efficacia delle argomentazioni logico-giuridiche utilizzate nella sentenza impugnata per ricostruire il profilo di responsabilità in relazione a ciascuno degli imputati di questo processo".L'accelerazione possibile nella Trattativa

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DALLA CHIESA, VIA CARINI UN OMICIDIO DI STATO

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari -

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”. E' il 4 settembre 2013 quando la Dia, nel carcere Opera di Milano, registra le parole del Capo dei Capi, Salvatore Riina, mentre parla con il suo compagno d'ora d'aria, Alberto Lorusso. La sua è una descrizione macabra e violenta dell'attentato del 3 settembre 1982 quando, in via Carini a Palermo, vennero uccisi a colpi di kalashnikov, da un commando di Cosa Nostra, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Un omicidio di mafia, come accertato nelle sentenze che hanno condannato in via definitiva i killer (Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, insieme ai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci) e i mandanti interni a Cosa nostra (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci) ma che presentano anche quei contorni, tra pezzi mancanti e misteri, propri delle grandi stragi di Stato.
Dalla Chiesa, alto ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, fu prefetto a Palermo per appena 100 giorni. Al più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia, disse: "Non avrò riguardo per quella parte dell'elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori". Lo ha raccontato chiaramente il figlio, Nando dalla Chiesa, nel libro "Delitto Imperfetto". "Mio padre disse a noi dopo quel colloquio: 'Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che si dice sul conto dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia'". Parole che furono testimoniate anche nel processo. Nando dalla Chiesa accusava quantomeno di complicità morali gli appartenenti alla corrente andreottiana della Democrazia cristiana.
Del resto il prefetto dalla Chiesa aveva chiesto poteri speciali per combattere la mafia così come aveva combattuto il terrorismo. Gli furono promessi dal ministro Rognoni ma concretamente non gli furono mai dati.
Anche le altre figlie del generale dalla Chiesa, Rita e Simona, sono più volte intervenute negli anni per chiedere verità giustizia. Qualche anno fa Simona ha ricordato un fatto semplice: "La mafia in quel momento non aveva convenienza nell’uccidere mio padre. Non aveva ancora i poteri per mettere in atto quel che aveva in mente. E non poteva nemmeno compiere delle indagini specifiche proprio perché non è quello il compito del Prefetto. E la mafia sapeva anche che uccidendo lui, la moglie e l’agente Russo avrebbe portato anche ad una reazione dell’opinione pubblica. Dunque perché si doveva uccidere?”.
E' proprio questa una delle domande rimaste fin qui inevase. Del resto sono diversi i punti oscuri da chiarire come ad esempio la scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale. E' sempre Totò Riina ad aver confermato di recente: “Gli hanno portato via tutto”.
Chi ha voluto, dunque, la morte del Generale dalla Chiesa, vero padre della Patria?
Quel che appare evidente a 37 anni di distanza è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra così come, certamente, non furono uomini di Cosa nostra ad entrare nell'abitazione del Prefetto a Villa Pajno nel corso della notte fra il 3 e il 4 settembre 1982, per svuotare la cassaforte che lì era presente.

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VICTOR JARA AVREBBE CANTATO CON OUR VOICE

 

"Il mondo gira e crea perché esiste l'amore" (Víctor Jara)
di Jean Georges Almendras
- "Io sono un lavoratore della musica, non sono un artista. Il paese ed il tempo diranno se sono artista. In questo momento sono un lavoratore, un lavoratore che ha la consapevolezza di far parte della classe lavoratrice che lotta per costruire una vita migliore".
Così si era espresso Víctor Jara appena un mese e dieci giorni prima di essere assassinato con 44 proiettili dalla dittatura di Pinochet nel settembre del 1973. Si esprimeva in questo modo perché era così che concepiva il suo talento di musicista, compositore e cantante, come lavoratore che lotta per una vita degna e per un mondo più giusto. Un lavoratore combattente, che proprio per questo suo modo di essere così diretto e puro nelle sue idee (sempre a favore della vita e dell'uguaglianza), pagò con la sua vita il confrontarsi tanto appassionatamente contro il potere e contro il sistema.
Víctor Jara che oggi, nonostante sia assente fisicamente, è ancora vivo tra noi.
Tra noi, i giovani di Our Voice ed i redattori di Antimafia Dos Mil, che abbiamo visitato la Fondazione che porta il suo nome, in un’abitazione in Via Almirante Riveros al 067, nel Comune di La Providencia.
Mentre prendevamo posto in un settore all’ingresso della struttura ci ha accolto Cristian Galaz, direttore esecutivo della Fondazione. Una Fondazione nata 26 anni fa.
"Io non lo l’ho conosciuto personalmente, ma lo vedevo cantare, lo vedevo nelle manifestazioni, perché Víctor Jara si era trasformato in un vero attivista dei diritti sociali, in un'epoca in cui il Cile viveva un periodo molto particolare. Gli eventi di quel tempo lo portarono in prima linea in un movimento culturale artistico che accompagnava quel processo sociale e politico. Lui si esibiva in grandi luoghi ma anche in posti molto piccoli. L'ultima esibizione la tenne, accogliendo l’invito di una piccola scuola, in località San Bernardo dove cantò per gli alunni. Era la vigilia del colpo di Stato. Egli era presente nel grande e nel piccolo. Per lui non c'erano differenze. E si vedeva. Per questo motivo la gente lo amava e lo ama fino al giorno d’oggi. Il popolo lo ama e lo porta nel suo cuore".
Víctor Jara, come molti alunni e professori dell'Università in cui si trovava, decise di rimanere sul posto ed accompagnare la resistenza, quell’11 settembre del 1973.
"Lui avrebbe potuto non rispondere all’appello che alcuni mesi addietro era stato fatto per difendere il presidente Allende, ma scelse di rispondere a quella chiamata, per andare incontro, alla fine, come tanti altri, alla tortura e alla morte. Victor era molto conosciuto e molto amato. Grazie a questo lui oggi non è un desaparecido in più. Cercarono di occultare il suo corpo ma la gente lo riconobbe nel luogo dove era stato abbandonato. Grazie a questo i suoi resti furono portati all'obitorio. Oggi il posto dove collocarono il suo cadavere è indicato come luogo di memoria accanto alla ferrovia, a fianco di un muro divisorio del Cimitero Metropolitano, nel comune di El Espejo. Lo lasciarono lì Victor, senza vita, ed un vicino lo trovò.

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PIANETA OGGI REPORTER

RICORDANDO L' ARTISTA GIOVANNI ANTONIO DE SACCHIS CON L'ASSOCIAZIONE TERRA MATER DI PORDENONE

www.blogterramater.it

DA VENEZIA INTERVISTE A MARA PREZZON CON MARIA MARZULLO.

PROGRAMMA IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO PIANETA OGGI TV INTERREGIONALE DTT AM FM E WEB

   

ENORME CROCE SUI CIELI DI SANTA CRUZ DE RIO PARDO

 

ENORME CROCE APPARE SUI CIELI DI SANTA CRUZ DE RIO PARDO

SAN PAOLO (BRASILE), 25 LUGLIO 2019
Di Sante Pagano

25 Luglio 2019, una croce appare sui cieli di Santa Cruz do Rio Pardo , è quanto si apprende dal noto giornale locale “Debatenews” e quanto riporta il Global Network “Red Climática Mundial”. Nel comune Brasiliano dello Stato di San Paolo con una popolazione di circa 44.000 abitanti, sono stati in molti a vedere questo fenomeno durato solo qualche secondo, giusto il tempo di fotografarlo, per chi ci è riuscito come Deni Ferrari e Giovana Zanoni Lanfranchi. Una croce nel cielo di tali dimensioni da essere passata inosservata da parte di molti cittadini seppur comparsa in un lasso di tempo davvero breve. Il giornalista Sérgio Fleury Moraes fondatore nel 1977 del giornale locale “Debate” (Dibattito in lingua italiana) ha riportato questo fenomeno sia nel suo giornale online che cartaceo collegando il fenomeno ad un avvenimento messianico più’ che ad una pareidolia come afferma il Red Climática Mundial, un Global Network finalizzato a segnalare tutti gli avvenimenti e le fenomenologie climatiche a livello mondiale.

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Abbiamo contattato direttamente il giornalista Fleury Moraes il quale ci ha confermato direttamente la veridicità delle foto da lui ricevute riferendoci di aver avuto molte segnalazioni a riguardo e tutte riportavano la stessa descrizione e dinamica. Un fenomeno davvero interessante che abbiamo voluto indagare di persona per accettarne l’attendibilità, ed oltre le varie conferme riportateci dal giornalista e riscontrate nei vari social abbiamo anche potuto ricevere direttamente varie segnalazioni di testimoni oculari residenti nel paese, i quali confermano l’ autenticità del fenomeno e ci hanno fornito una versione che corrisponde esattamente a tutte le altre.

 

   

USA FALL OUT

 (In collaborazione con Antimafia Duemila)

di Giorgio Bongiovanni
Da giorni i media italiani si stanno occupando della morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate lo scorso 26 luglio, mentre svolgeva il proprio servizio. Una vicenda che, come ha dichiarato il Procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino, vede una narrazione ufficiale che non ha chiarito ancora tutti i dubbi e non sono poche le incongruenze che emergono sia prima che dopo la morte del militare.
Al centro del dibattito, però, non vi sono solo le modalità con cui Cerciello Rega ed il suo collega Andrea Varriale sono intervenuti presumibilmente per il semplice recupero di un borsello, ma a rendere ancor più tenebrosa e drammatica l'intera vicenda è la pubblicazione della foto choc dell’americano bendato e ammanettato, diffusa dapprima nelle chat interne all’Arma e poi giunte sui giornali di mezzo Pianeta.
Fonti investigative hanno spiegato che Christian Gabriel Natale Hjort, arrestato assieme al 19enne Finnegan Lee Elder (colui che ha ammesso di aver accoltellato e ucciso il vicebrigadiere dei carabinieri, ndr) avrebbe tenuto il foulard sugli occhi "per quattro, cinque minuti al massimo" prima di essere spostato in un'altra stanza.
Ma non è certo la durata con cui si è svolto un atto simile che diminuisce o giustifica un gesto sicuramente grave e deprecabile e che non rende onore ai valori che, diversamente, sono propri dell'Arma dei Carabinieri. Anche su questo l'autorità giudiziaria italiana sta effettuando tutti gli accertamenti e non abbiamo dubbi che si interverrà contro gli autori.
Immediatamente lo sdegno è arrivato anche oltreoceano, negli Stati Uniti. I più grandi media hanno pubblicato la foto accompagnata dai titoloni ad effetti come “Scioccante” (Cnn), “Intollerabile” (Washington Post), “Esposto come un trofeo” (Bloomberg), “Intollerabile, intollerabile, intollerabile” (Los Angeles Times).
C'è chi, come Alan Dershowitz, maestro del diritto penale “liberale” statunitense, è arrivato addirittura a chiedere l'"invalidazione dell’intero procedimento penale. Altri hanno ipotizzato la richiesta di estradizione da parte del governo Usa. Ipotesi non solo remote ma infondate alla luce delle prove acquisite, ma che vengono messe comunque sul piatto.
Certo è che leggendo il livore degli organi di informazione Usa per questa fotografia si rimane sorpresi.
Gli americani oggi gridano giustamente allo scandalo di fronte alla terribile foto ma nel passato più recente si sono sempre voltati dall'altra parte quando le pratiche di tortura venivano applicate nei confronti di soggetti arrestati negli Stati Uniti d'America. E ancora oggi, nel più classico dei "due pesi, due misure", gli Stati Uniti preferiscono ricordare il caso Amanda Knox, condannata e poi assolta assieme a Raffaele Sollecito per la morte di Meredith Kercher, anziché fare autocritica contro ogni forma di tortura nel mondo; torture perpetrate anche dal proprio stesso governo come testimoniano le prigioni a Guantanamo, o casi come quello di Abu Omar, presunto terrorista, catturato illegalmente in Italia dai servizi segreti americani e trasferito, anche con la nostra complicità, nelle galere egiziane perché potesse essere torturato.
E quando compiono tali "rimozioni" ricordano il peggior razzismo di Adolf Hitler. Come Hitler riteneva la razza ariana superiore alle altre così gli Stati Uniti d'America ritengono di poter agire come meglio credono, torturando ed uccidendo impunemente e violando qualsiasi regola del diritto internazionale.

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POOL STRAGI, DE RAHO: "MASSIMA DISPONIBILITA' A TROVARE UNA SOLUZIONE SU DI MATTEO"

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Il sostituto procuratore: "Specificate le ragioni per cui ritengo ingiusto il provvedimento di estromissione"
di AMDuemila

 

"Massima disponibilità a trovare una soluzione, con la migliore composizione della vicenda per il conseguimento dei risultati a cui aspira l'ufficio". Con queste parole il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho si sarebbe espresso quest'oggi davanti alla Settima Commissione del Csm, presieduta dalla togata Loredana Miccichè, chiamata ad esprimersi sulla legittimità dell'atto con cui lo scorso maggio lo stesso Capo della Procura nazionale ha estromesso il sostituto procuratore Antonino Di Matteo dal pool che indaga sulle "stragi ed entità esterne nei delitti eccellenti di mafia", costituito i primi mesi del 2019.
Le audizioni di de Raho e Di Matteo, ascoltati separatamente, sono durate un'ora ciascuno.
Nello specifico la Commissione, che a quanto è dato sapere non presenterà le sue conclusioni prima della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, dovrà verificare, dal punto di vista tecnico, se il provvedimento con cui il capo della Dna ha tolto tali deleghe all'ex pm di Palermo sia in linea con le regole in materia di organizzazione - e dunque sia legittimo - oppure se vi sia stata qualche discrepanza con quanto previsto dalle norme. Anche se lo ritenesse fuori dalle regole, il Csm non ha il potere di annullarlo, ma potrebbe formulare dei rilievi di cui il procuratore nazionale non potrebbe non tenere conto.

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DECEDUTO FRANCESCO SAVERIO BORRELLI, IL CAPO DEL POOL MANI PULITE

(In collaborazione con la Testata Antimafia Duemila allnews)

di AMDuemila
"Resiste, resistere, resistere" erano le sue parole nella battaglia contro le leggi vergogna ai tempi di Berlusconi.

"Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave". Le parole di Francesco Saverio Borrelli nel suo celebre discorso da procuratore generale della Corte d'Appello, nel 2002, a difesa dell'indipendenza della magistratura tornano oggi nella mente degli italiani, per ricordare il magistrato, deceduto questa mattina presso l'Istituto dei Tumori di Milano, dove si trovava ricoverato.
Un magistrato integerrimo, padre del pool Mani Pulite, con una carriera vissuta praticamente nelle aule di giustizia del tribunale di Milano dove è stato pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.
Borrelli è morto all'età di 89 anni. Lascia la moglie Maria Laura, i figli Andrea e Federica e quattro nipoti. Figlio e nipote di magistrati e a sua volta con un figlio magistrato, Borrelli, trasferitosi a Firenze, ha studiato al conservatorio (la musica, insieme alla montagna, e' stata una delle sue passioni) e si è laureato in legge con una tesi su 'Sentimento e sentenza'. Relatore fu Piero Calamandrei.
Il suo primo processo importante per Borrelli fu quello sull’omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è profondamente legato alla stagione di Tangentopoli, creando il pool composto da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D’Ambrosio. Una squadra a cui si aggiunsero poi Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese.
Tra le dichiarazione celebri dell'ex magistrato c'è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suona come un messaggio ai partiti: "Chi sa di avere scheletri nell'armadio, vergogne del passato, apra l'armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi"

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