Martedì, Luglio 23, 2019
   
Text Size

IL MITO DELL'EUROPA UNITA

Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

 

DI GIOVANNI SGNAOLIN

In questa ultima tornata elettorale si è intensificato l’appello dei partiti a caccia di consensi elettorale (dall’estrema destra all’estrema sinistra nessuno escluso) candidati allo scranno parlamentare che bisogna rivedere i rapporti con l’Unione Europea. Essa, sempre secondo loro, è la causa dei mali dell’economia italiana, che bisogna rivedere gli accordi, di “pesare” di più nelle decisioni europee e di non essere succubi dei paesi “forti” in primis Germania, Francia ecc..

Questo modo di pensare, questa vera e propria ideologia, alimentata soprattutto dalle mezze classi spaventate alla loro proletarizzazione in atto, ha “coinvolto” molti proletari, lavoratori i quali sono convinti di queste posizioni. Confermate dai dati elettorali.

Poniamoci questa domanda da dove deriva questo modo di pensare? Proviamo a capirne un po’ di più, con l’unico strumento, serio, di analisi che abbiamo in mano, la teoria marxista.

 

Dal “Manifesto” del 1848 leggiamo che:

La borghesia è di continuo in lotta: innanzitutto con l’aristocrazia; poi con quelle parti della borghesia stessa i cui interessi si trovano in conflitto col progresso dell’industria; e continuamente con la borghesia dei paesi stranieri.”

In questo perenne conflitto tra borghesie nazionali e all’interno degli stati tra le parti della borghesia stessa, il ruolo dei lavoratori o meglio dei proletari, della massa del 99% sfruttato, come dice il “Manifesto” qual è?

Continuiamo a leggere il paragrafo successivo, per capire:

In tutte queste lotte essa (la borghesia ndr) si trova nella necessità di (udite udite!! ndr) appellarsi al proletariato, e di giovarsi del suo concorso, trascinandolo nel moto politico (sembra di udire i quotidiani politici parolai di turno ndr). È essa stessa, dunque, ad offrire al proletariato gli elementi della propria cultura, il che vuol dire che gli fornisce le armi contro se stessa.”

In due paragrafi spiegato quello che sta succedendo in politica in questo momento, quando si parla di Europa dentro o fuori. Noi ultimi, siamo chiamati ad accettare passivamente i sacrifici (tagli alle spese sociali allungamento dell’età pensionabile Jobs Act ecc.. ecc..), “veniamo trascinati nel moto politico”, per la difesa della “nostra” fabbrica o banca, minacciata di chiusura dalla concorrenza dallo spread o dalla delocalizzazione, per la difesa della “nostra” nazione, messa in pericolo dallo strapotere della nazione più forte ecc.. ecc..

In poche parole è l’ideologia dominante, quella della concorrenza,del profitto, che ci vuole sempre in guerra con qualcuno. Noi, ultimi, siamo lo strumento e il substrato la truppa, in poche parole, di cui ha bisogno questa società per far vincere di volta in volta una delle fazione della borghesia. Gli ultimi sono alla fine quelli che si scannano tra di loro per far “vincere” di volta in volta lo sfruttatore A al posto dello sfruttatore B.

La borghesia ci “fornisce le armi contro” noi stessi prima di tutto le armi ideologiche.

I processi capitalistici che spingono le sovrastrutture statali borghesi europee a progettare l’utilizzo di strumenti comuni di politica economica e valutaria, o di armonizzazione fiscale e tributaria, sono, gli interessi materiali delle nazioni. Interessi che si affrontano senza che si possano mettere in comune le disparità che il capitalismo stesso ha fatto nascere. Dunque il capitalismo produce e riproduce disparità. Disparità di classe, di grado di sviluppo economico fra nazioni (basti pensare ai paesi del sud e del nord dell’Unione Europea, per non parlare di quella mondiale) ma anche all’interno della stessa nazione (ogni nazione ha il proprio “Nord” e “Sud” del paese) ed è impossibile che tali disparità possano essere poi superate con accordi legali pacifici fra contraenti dotati di forze e posizioni diseguali (cioè dispari).

Non occorre alcuna nozione nuova per constatare che lo sviluppo ineguale del capitalismo nel mondo e la marcia irregolare dell’evoluzione storica delle grandi potenze fanno sì che la borghesia internazionale, sempre pronta a far blocco contro forze che si ribellano a questo stato di cose (il 99%), è d’altra parte essa stessa profondamente divisa da inguaribili rivalità. La UE non è l’unione delle nazionalità europee, ma l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche. Dunque la borghesia internazionale (che ritrova una temporanea unità di azione solo contro il 99% sfruttato) è invece congenitamente, normalmente, divisa da rivalità di interessi (di bottega). Quindi anche l’Unione Europea, lungi dall’essere un reale fattore di unione, stante la logica di rivalità e di concorrenza interna della borghesia è l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche.

Si potrà obiettare affermando che quello che dice il “Manifesto” andava bene in altri tempi, ora ci sono i trust, aziende che vanno oltre i confini nazionali. Falso.

Nel corso del suo sviluppo il modo di produzione capitalistico tende a infrangere i limiti divenuti troppi angusti della nazione (l’impresa locale diviene così trust internazionale). Tendenza che si compie in antitesi al quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Questa perciò tenta di superare la contraddizione con i propri mezzi, che sono i molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri): zone di libero scambio, Comunità Europea, Nafta, WTO ecc, ecc. e mediante i quali il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche. Gli ultimi provvedimenti economici di Trump, dazi doganali, ne sono una conferma.

Dunque gli accordi e le unioni diventano dei semplici mezzi attraverso cui le sovrastrutture statali borghesi, tentano di superare la contraddizione strutturale tra socializzazione dei mezzi di produzione e il quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Tuttavia i tentativi di superare la contraddizione anzidetta non sono che il presupposto e la condizione di partenza per la diffusione di altre contraddizioni, infatti gli accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri) conducono alla intensificazione delle disparità economico-sociali, perché mentre la divisione internazionale del lavoro, super-industrializza una parte del globo, distrugge l’economia di intere regioni gettandole nella miseria e nella rovina.

Conclusione.

Da parte di noi ultimi, di noi 99% sfruttati, nessuna tifoseria per la “propria” fabbrica o la “propria” nazione, ma rivitalizzare l’appello del “Manifesto”

Proletari di tutto il mondo unitevi!!

Per un sistema che sia basato su un piano di produzione in armonia con l’ambiente e la specie umana.

 

CONDIVIDI / SOCIAL NETWORK

Video in evidenza

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie. Cookie Policy.